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(4) ETICA e GUERRA / I


ETICA e GUERRA / I

La questione delle atrocità e i giudizi a posteriori sugli eventi storici

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Concludo questo scritto in prossimità del 25 aprile 2007, 62° anniversario della Liberazione d’Italia e, come sembra prevedibile da alcuni anni a questa parte, occasione per rinfocolare la polemica sulla Resistenza, sul suo significato e sul suo valore; la polemica, oltre che dalle celebrazioni, è scandita da opere di rilettura storica della Guerra di liberazione italiana nelle quali si tende ad evidenziare l’altra faccia della medaglia, cioè il lato oscuro e violento della Resistenza a fronte di quello luminoso e riscattante tipico delle opere celebrative. Il periodico rinfocolarsi di questa disputa ci allontana da un’operazione che appare sempre più necessaria, e cioè il superamento della polemica, anche se non necessariamente della diversità (il completamento della pacificazione dell’Italia, per così dire, pur nella divergenza di percezioni e posizioni), il suo trasferimento alle discussioni tra gli storici,  per poter infine dedicare le energie politiche e sociali ai problemi pressanti di oggi, per poter concentrare l’attenzione sul futuro, invece di lasciare che sia magnetizzata dal passato.

 

Ci sono, chiaramente, diversi ostacoli a questo superamento; qui ne approfondisco uno che, se non decisivo, mi sembra perlomeno di grande rilevanza: il MODO nel quale si discute della questione, modo del quale mi pare sia emblema il dibattito sull’ultimo libro di Giampaolo Pansa, “La grande bugia”, uscito nell’ottobre 2006 e centrato su testimonianze di fascisti sconfitti durante la guerra di liberazione italiana. Il lavoro è attaccato o esaltato (a seconda della parte politica di appartenenza del critico) per la sua denuncia di atrocità commesse dai partigiani e, non avendolo ancora letto, non entro nel merito del testo; trovo però che il “come” viene presentato e discusso sia di per sé importante in quanto tipico di un metodo di approccio a certi problemi della storia, metodo che aumenta la confusione invece di ridurla e ci allontana dalla comprensione degli eventi invece di avvicinarci ad essa. Proviamo a riflettere, dunque, su atrocità e guerra con un approccio diverso.

  

Il fatto che, in condizioni di guerra, ogni esercito si sia finora reso responsabile di atrocità, sia verso i nemici che verso la popolazione civile, è talmente noto e documentato che ripeterlo ancora non può costituire novità o motivo di contrasto. E i riferimenti non sono solo agli eventi più noti, come l’Olocausto, Katyn o le fojbe; possiamo provare a citare, presi quasi a caso e in ordine sparso, tra quelli storicamente più recenti, alcuni degli infiniti esempi:

 
  • Seconda Guerra Mondiale / Fronte tunisino, 1942-43: Si registrarono molti casi di militari americani che, sistematicamente e intenzionalmente (in particolare dopo le prime sconfitte sul campo ad opera della Wehrmacht), facevano il tiro al bersaglio con la popolazione civile inerme e ignara, colpevole solo di passare nelle vicinanze (Atkinson, 2003).
  • Seconda Guerra Mondiale / Fronte jugoslavo, 1941-43: Negli ordini di servizio delle divisioni italiane era espressamente prevista la fucilazione sommaria dei nemici feriti e prigionieri (Deakin, 1972).
  • Seconda Guerra Mondiale / Fronte russo: Oltre al lavoro sporco fatto dai reparti SS, era diffusa la pratica di una sorta di “tour dell’orrore”; cioè militari fuori servizio si offrivano volontari per assistere le SS nelle esecuzioni di massa e si portavano la macchina fotografica (Beevor, 2000).
  • Polonia, immediato dopoguerra: sono documentati i casi di gruppi di ebrei polacchi, sopravvissuti all’esperienza del lager, che organizzarono dei lager alla rovescia, gestiti da loro e nei quali erano rinchiusi (e sottoposti a trattamento analogo) ex-aguzzini nazisti catturati (mi manca il riferimento bibliografico preciso ma c’è un libro dedicato all’argomento, edito negli Anni ’80 o ’90 del Novecento).
  • L’esercito francese nella guerra d’Algeria è un caso troppo noto per doverne parlare.
  • Nella guerra del Vietnam la strage di My Lai (la lettura dei cui resoconti è difficile da completare, tanto è raccapricciante) è stato un caso eclatante ma sembra rappresentare solo la punta emergente di un orrore praticato quotidianamente da entrambe le parti, non solo l’una contro l’altra ma, con frequenza crescente via via che la guerra procedeva, contro le inermi popolazioni contadine (Autori vari, 1988).
  • Sulla Seconda guerra del Golfo, su Abu Ghraib e luoghi simili è inutile aggiungere qualcosa: li abbiamo visti in TV.
  

Mi fermo perché mi pare superfluo andare avanti. Dunque, se il discorso è che anche dalla parte della Resistenza sono state commesse ingiustizie e atrocità, non si fa che ripetere qualcosa che ha ormai il valore di verità storica nota. Non può essere questo il punto; e il punto non può essere nemmeno la quantità: i delitti commessi dal lato della Resistenza non sono meno gravi perché sono, magari, quantitativamente inferiori (l’industrializzazione dello sterminio è un fenomeno storicamente legato alla Germania nazista e basta), e i responsabili andavano (andrebbero!) trovati e perseguiti come è stato fatto per i criminali nazisti.

 

Ma, se siamo d’accordo su questo, perché tanto chiasso? Credo sia perché, in effetti, nel modo in cui vengono presentati e discussi lavori di questo tipo, e nel modo in cui si riaccende ogni tanto il dibattito sul significato della Resistenza, qualcosa non torna, oppure qualcosa di fondamentale manca; rimane, infatti, del tutto aperto il problema del SIGNIFICATO, del senso che dobbiamo trarre da questa constatazione e che non può uscire automaticamente dalle testimonianze e dalla registrazione degli eventi che ho appena elencato. Una cosa interessante è che su questo significato mi sembra che manchi chiarezza da entrambi i lati: sia da sinistra, da dove si difende ideologicamente a priori la Resistenza come sistema di valori e, così, alla fine la si semplifica e la si danneggia; sia da destra, da dove, eventualmente appoggiandosi al filone degli storici revisionisti, si cerca ideologicamente di screditare il valore dell’evento. Solo che in questo modo entrambe le parti convergono sul mantenere il dibattito a livello ideologico e, quindi, non solo rendono insanabile la divergenza, ma ostacolano una comprensione più profonda e più chiara.

 

Su queste basi dobbiamo porci un problema di metodo: la raccolta di eventi specifici e locali, selezionati all’interno di un certo sistema secondo un dato criterio, permette di trarre conclusioni sull’intero sistema? La risposta è, decisamente, NO. Gli episodi verificatisi in Tunisia nel 1942-43, per quanto repellenti, non permettono di concludere che l’esercito americano nella Seconda Guerra Mondiale fosse un sistema di oppressione e asservimento delle zone in cui operava; né le violenze ingiustificate commesse da partigiani permettono di concludere che la Resistenza sia stato un fenomeno di banditismo. D’altra parte ci sono, per esempio, episodi di correttezza e umanità documentati nell’ambito dell’esercito tedesco nella Seconda Guerra Mondiale (per esempio, sul fronte russo, ci furono comandanti di reparto che rifiutarono di applicare alcune delle direttive più aberranti di Hitler, e in Italia qualche superstite delle stragi del 1943-44 ha testimoniato che la sua salvezza fu dovuta a gesti individuali di soldati, come il fingere di non vedere); ciò non ci consente di concludere che quello fosse un esercito di protezione e, tantomeno, di liberazione. In termini generali: la valutazione di un sistema può essere effettuata solo a livello di sistema e con strumenti appropriati a quel livello, non è possibile trarre conclusioni sul sistema in base alle valutazioni esprimibili su singole componenti o su singoli eventi; in un sistema complesso si trovano sempre molte componenti, per cui basta usare il criterio appropriato e si può “dimostrare” quasi tutto.

 

Ma se, rispetto all’analisi dei sistemi, tutto questo è chiaro, come mai si ripropone periodicamente, continuamente, un dibattito che pare basato sulla confusione dei livelli? Il dubbio è che, dalla parte di chi “denuncia”, si voglia passare un messaggio implicito che, se così fosse, sarebbe inaccettabile e risulterebbe, di fatto, una falsificazione della storia. Il messaggio potrebbe essere che, siccome certi comportamenti si sono registrati da una parte e dall’altra, allora siamo tutti uguali, stare di qua o stare di là è la stessa cosa, il Fascismo e la Resistenza sono stati eventi pressoché casuali, dovuti alle circostanze del contesto storico, e alla fine nessuno è responsabile di niente perché tutti sono responsabili di tutto. Se così fosse, a questo non ci potremmo stare. E il problema non è l’essere di destra o di sinistra, sia perché l’antifascismo va oltre queste categorie sia perché la comprensione di un evento storico nella sua complessità non può avere una connotazione di parte politica. E il problema non sono i morti: i morti sono uguali per definizione. Di fronte alla morte io mi fermo perché va oltre la mia possibilità di vera comprensione, essendo io mortale. Il problema sono i vivi e, riguardo a loro, la gestione del dibattito nel rispetto dei livelli. A livello locale, individuale, dobbiamo riconoscere che l’animo umano ha ambivalenze e lati oscuri per sua natura, e questa caratteristica è trasversale agli schieramenti ideologici e politici; e la cosa supera addirittura i confini della guerra: sappiamo che in passato le esecuzioni capitali erano spettacolo popolare, e ai giorni nostri è documentato che molte persone vanno in visita, invece che solo a musei e monumenti, anche sui luoghi di delitti efferati, e mandano agli amici foto-souvenir con il telefonino. Possiamo dunque sempre restare disposti a salvare la buona fede a livello individuale ma, a livello di sistema, non possiamo non riflettere che lo sfruttare, IN VITA e intenzionalmente, queste ambivalenze, e scatenare la violenza per schiacciare le tensioni positive e raggiungere obiettivi di potere o comunque di parte, non è la stessa cosa che, IN VITA e intenzionalmente, operare per controllare le componenti oscure, sviluppare le tensioni positive e provare a costruire un mondo migliore.

 

Cioè ogni parte, ogni movimento, ha al proprio interno forze distruttive; ma, a livello di sistema, non si può dire che HANNO LO STESSO VALORE quei movimenti che scatenano intenzionalmente le forze della distruzione per i propri fini e quelli che sviluppano le forze di segno opposto e puntano a controllare quelle distruttive indirizzando i processi verso il miglioramento del mondo e lo sviluppo della convivenza civile. Si può forse comprendere, distaccandosi molto dal contesto specifico, che qualcuno, per motivi che possono essere i più vari, si senta portato a parteggiare per la parte oscura; ma allora dovrebbe dichiararlo esplicitamente come SCELTA, non cercare di nascondere quella che è una pura scelta personale, basata sull’adesione a dei valori, dietro una presunta oggettività che non c’è. E, soprattutto, dovrebbe accettare di assumersi le responsabilità connesse a quella scelta. Si può anche ammettere che possa succedere, a singoli individui in momenti particolari, di schierarsi in buona fede per un sistema sbagliato, crudele, inumano; la buona fede individuale non rende quel sistema meno sbagliato, meno crudele, più umano; e non elimina la corresponsabilità individuale nell’averlo sostenuto.

 

Insomma non è ammissibile tentare di accomunare ciò che comune non è, e non potrà mai essere, e di legittimare un’interpretazione di parte senza volerla dichiarare tale. Infatti, rispetto alla Seconda Guerra Mondiale e alla Resistenza, chi voleva una cosa e chi l’altra, chi ha tirato il primo colpo e ha scatenato la distruzione, è documentato, così come è documentato chi ha cercato di opporsi. E’ su questo punto che la differenza tra Resistenza e Fascismo assume il valore di verità storica; è questa verità a livello sistemico che sembra si cerchi di offuscare attraverso il modo in cui viene sviluppato questo dibattito, utilizzando come strumento le eventuali verità a livello individuale / locale, che restano vere ma lo restano solo sul loro piano, per cui è sbagliato metodologicamente (e inaccettabile eticamente) usarle per trarre conclusioni sul piano dei sistemi.

 

I criminali vanno perseguiti qualunque sia la parte alla quale appartengono; le differenze fondamentali tra chi punta a distruggere e a dominare e chi a costruire e a convivere, restano. Questo, secondo me, chiude il discorso, e non riesco a capire come mai la destra e la sinistra continuino (almeno in questo d’accordo) ad alimentare un dibattito a livello puramente ideologico che non solo è sterile, dato che non può produrre avanzamenti nella comprensione degli eventi, ma è anche completamente superato, da una parte, e alimento alla confusione dall’altra. Di fatto, e indipendentemente dalle intenzioni di chi interviene, è un convergere su una visione conservatrice del dibattito sociale.



Bibliografia essenziale

Autori Vari (1988), NAM – Cronaca della guerra in Vietnam 1965-75 (2 Volumi + 25 fascicoli “Dossier”), De Agostini, Novara.

Atkinson, Rick (2002), Un esercito all’alba – La guerra in Nordafrica 1942-1943, Mondadori, Milano.

Battaglia, Roberto (1964), Storia della Resistenza italiana, Einaudi, Torino.

Beevor, Antony (1998), Stalingrado – La battaglia che segnò la svolta della Seconda guerra mondiale, RCS Libri, Milano.

Bocca, Giorgio (1966), Storia dell’Italia partigiana, Laterza, Bari-Roma.

Deakin, Frederic William D. (1971), La montagna più alta – L’epopea dell’esercito partigiano jugoslavo, Einaudi, Torino.

Gilbert, Martin (1990), La grande storia della Seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano.


Overy, Richard (1997), Russia in guerra 1941-1945, Il Saggiatore, Milano.

Pansa, Gianpaolo (2006), La grande bugia, Sperling & Kupfer, Milano.

Shirer, William L. (1960), Storia del Terzo Reich, Einaudi, Torino.

 
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