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(4) IL PESO dei FATTI / I

IL PESO dei FATTI / I

Su alcuni possibili significati profondi associabili all’esperienza delle due Guerre Mondiali

_____________________

   

I critici affermano che la strategia della Seconda Guerra Mondiale è stata completamente sbagliata, che sarebbe stato meglio fare questo o quello.

Forse … ma rimane il fatto che abbiamo vinto la guerra.

(Omar Bradley - Generale dell’Esercito USA)


PREMESSA – Un certo modo di leggere la storia 


Ritengo che la storia si possa leggere in molti modi; per sviluppare più organicamente il discorso oggetto di questo scritto ne propongo, qui, uno che probabilmente non è originale, anche se, non essendo io uno specialista, non saprei ricondurlo a una specifica linea di pensiero storiografico. L’idea è, dunque, che gli eventi storici sufficientemente documentati per poterne avere una visione adeguatamente complessa sono interpretabili anche mediante gli strumenti della sociologia sperimentale; in termini più diretti penso che sia possibile leggere la storia delle società avanzate negli ultimi due secoli anche come una successione di giganteschi esperimenti sociali “veri” dai cui esiti è possibile trarre conclusioni sui sistemi sociali che si sono sviluppati e confrontati sulla scena planetaria.

 

L’idea ha la sua base principale nella rilevazione dell’accelerazione che, soprattutto lungo l’Ottocento e il Novecento, hanno subito i cambiamenti e i rivolgimenti interessanti queste società. Ci sono sistemi (intere nazioni o componenti di esse di rilevanza sistemica come categorie e classi sociali), stabilizzatisi nel corso di decenni quando non nei secoli precedenti, che sono entrati in crisi, che sono esplosi o implosi, che si sono scontrati fisicamente, che sono comunque radicalmente cambiati; ci sono categorie e classi sociali che sono emerse o sono sparite dalla faccia della storia, spesso attraverso eventi traumatici e cruenti; ci sono modi di vivere che sono cambiati radicalmente nel breve tempo (rapportato ai tempi della storia) rappresentato dall’arco della vita di un individuo. Forse è la prima volta nella storia che masse di persone (non individui o piccoli gruppi) hanno sperimentato sulla propria pelle il bello e il brutto di nascere in un tipo di mondo e trovarsi a vivere la maturità e la vecchiaia in uno completamente diverso.

 

Su questa base, la lettura in chiave sperimentale enfatizza il peso dei RISULTATI rispetto a considerazioni di altro tipo (le ipotesi, i processi, le percezioni e i vissuti soggettivi e via dicendo); alla fine di un esperimento restano dei risultati, dei “fatti”, e con quelli bisogna innanzitutto fare i conti perché nessuna spiegazione può essere accettata se non è compatibile con i fatti. E i fatti hanno una loro logica: per esempio, come ha sottolineato il Generale Bradley, la vittoria degli Alleati nella Seconda Guerra Mondiale è stato un risultato per niente scontato e, al di là dei giudizi degli storici sugli eventi, sulla loro successione e la loro complessità, deve essere interpretato innanzitutto come dato di fatto, come “risultato finale”.

 

Le due Guerre Mondiali, eventi tragici e traumatici quanto, probabilmente, nessun altro finora, hanno rappresentato non solo, e non tanto, uno scontro di soldati e apparati industrial-militari, quanto, piuttosto, un confronto diretto, fisico, tra popoli, culture e ideologie. Hanno, oltre a quella dell’impatto sul sistema-Terra, alcune caratteristiche particolarmente favorevoli che ne fanno ambiti di riflessione di grande interesse: sono abbastanza lontane da consentirci una prospettiva sufficientemente distaccata ma (nel caso della Seconda) sono ancora abbastanza vicine da permetterci di ascoltare testimonianze di superstiti; sono documentate a livelli che erano impensabili prima di esse (in particolare la Seconda, per effetto del sequestro degli archivi delle nazioni sconfitte da parte di quelle vincitrici) ma non hanno ancora risentito troppo pesantemente dell’effetto di overload dell’informazione (troppa informazione è come troppo poca informazione: ostacola la comprensione).

 

Tuttavia, soprattutto rispetto alla Seconda Guerra Mondiale, c’è qualcosa che mi sembra doveroso aggiungere: non è possibile parlarne in modo davvero distaccato. Troppa sofferenza, troppe vittime, troppe distruzioni; e troppo inconcepibili alcuni eventi che, pure, sono storicamente documentati. Non si tratta solo di atrocità e di orrori incomprensibili e ingiustificati, dei quali alcuni esempi si erano già visti nella Prima guerra mondiale, ma di qualcosa che va oltre e per la quale abbiamo, spesso, difficoltà a trovare le parole che la qualifichino: in Germania e in Giappone non si verificò solo l’ascesa al potere di sistemi autoritari, su base ideologica fascista, ma si realizzò l’asservimento totale dei sistemi-nazione a disegni deliranti di dominio mondiale, in prospettiva dei quali non si esitò a tentare la riduzione in schiavitù di interi popoli, a industrializzare lo sterminio e l’orrore, a praticare il genocidio.

 

Non si può parlare in modo distaccato della Seconda Guerra Mondiale, e ne fanno fede le polemiche che ancora oggi, a oltre 60 anni di distanza dalla sua conclusione, ripartono in occasione di celebrazioni e ricorrenze. Ne fa fede il fatto, nuovo sulla faccia della storia, della presentazione (sia pure a distanza di tempo) delle scuse per l’aggressione da parte di alcuni dei Paesi responsabili dello scatenamento della guerra. Ne ha fatto fede (ed è cosa recentissima, di questo inizio estate 2007) la Polonia, membro dell’Unione Europea che ha buttato sul tavolo della trattativa, in vista di un accordo comunitario, la questione dello sterminio di una larga parte della sua popolazione (da parte di nazioni oggi anch’esse membri UE) durante quella guerra: l’argomento polacco è stato che, dato che uno dei criteri da adottare per distribuire risorse comuni poteva essere quello della popolazione, si dovesse rinunciare a quel criterio o si dovesse tenere conto del fatto che, senza quelle azioni di sterminio, la sua popolazione oggi sarebbe stata sensibilmente maggiore[1]. Ma è proprio per questo che ha senso ricercare e isolare i nudi fatti, perché sono quelli che, alla fine, ci possono dire se il sacrificio di chi si oppose alla barbarie industrializzata sia stato vano o no; sono quelli che, forse, potranno rendere ulteriore giustizia alle vittime; sono quelli che ci possono aiutare a capire alcuni significati profondi di questi eventi. E ciò proprio in quanto sono FATTI, e quindi non è possibile squalificarli su base ideologica; il punto di vista dei reduci potrebbe essere condizionato dall’esperienza soggettiva, quello degli storici dalla loro posizione ideologica o di campo, quello dei politici dai loro obiettivi; ma i fatti possono essere contraddetti solo da altri fatti.

 

In questo scritto propongo una particolare lettura delle due guerre mondiali, a livello macro-sistemico ma senza perdere di vista i possibili collegamenti tra questo e il livello dell’esperienza individuale. A puro titolo esemplificativo farò riferimento a tre episodi, anzi, a tre “scene”; mi sono reso conto a posteriori che riguardano tutte e tre l’esercito americano e specifico che l’unico motivo è che sono tra quelle che conosco meglio. Considerazioni del tutto analoghe si potrebbero fare, per esempio, rispetto all’esercito inglese nella parte iniziale della guerra; il vecchio film Dunkerque, di Leslie Norman (1958), è più documento che fiction ed evidenzia molto bene gli elementi che io sottolineo prendendo spunto dalle tre scene che sto per descrivere. Ma il discorso vale anche per l’esercito francese, con la differenza che questo non ebbe una seconda chance in quanto, contrariamente a quanto accadde nella Prima Guerra Mondiale (ed escluse le forze gaulliste), fu sconfitto definitivamente sul campo. E vale anche rispetto alla Prima guerra mondiale, in particolare nella prima fase, quando le armate tedesche sembravano inarrestabili e, invece, furono arrestate dal sacrificio dei fucilieri inglesi nelle Fiandre e dall’esercito francese sulla Marna.



SCENA n. 1 – Il giorno più lungo di un gruppo di ragazzi 


All’alba del 6 giugno del 1944 le avanguardie delle armate Alleate iniziavano a sbarcare sulle coste della Normandia, contrastate con decisione dalle difese tedesche. Rispetto alle 5 zone di sbarco previste, il punto più critico si verificò sulle spiagge tra Sainte Honorine des Perthes e Vierville sur Mer, lunghe 5,6 chilometri e denominate in codice “Omaha beach”; a est sbarcarono i primi contingenti della 1a Divisione di fanteria (detta The Big Red One – Il grande uno rosso, per via dello stemma), unità di veterani, e a ovest quelli della 29a, divisione territoriale che aveva tra le sue file molti giovani, spesso meno che ventenni e in numerosi casi per la prima volta in combattimento.

 

Omaha beach fu presa nel pomeriggio, a caro prezzo. Gli storici di parte Alleata (che sono quelli che ci interessano di più, in questa sede) hanno discusso a lungo sulle difficoltà incontrate dagli attaccanti e sugli errori da loro commessi; a parte diversi elementi oggettivi (per esempio il fuoco preparatorio non fu efficace e l’aviazione commise errori nell’identificare i bersagli) uno degli aspetti interessanti di queste discussioni è la sottolineatura delle differenze di comportamento, sul campo di battaglia, dei veterani della 1a Divisione rispetto ai novellini della 29a. In effetti è logico che le capacità di controllo e reazione in condizioni critiche fossero diverse; gli storici solitamente si fermano a questo, ed esprimono valutazioni critiche per l’impreparazione dei soldati contrapponendola (anche, altra cosa interessante, con toni di ammirazione nei confronti del nemico) alla determinazione e alla preparazione dei tedeschi.

 

Tuttavia, secondo me, il fatto che un gruppo di poco più che ragazzi, poco preparati e, in molti casi, mai stati prima in battaglia, sia COMUNQUE sbarcato a fianco dei veterani, abbia sostanzialmente resistito alla micidiale difesa e, alla fine, guidato da un pugno di ufficiali superstiti competenti e coraggiosi, abbia scalato la sua parte del muraglione fortificato che dominava la spiaggia e abbia sconfitto il nemico, ha un significato che va oltre le considerazioni tecniche sulla preparazione dei soldati e sugli eventuali errori dei comandi. La battaglia di Omaha beach è stata descritta come un disastro evitato di stretta misura; ma resta il fatto che fu vinta anche dai novellini.



SCENA n. 2 – Come fu difficile prendere la volpe del deserto
 


Tra il 19 e il 25 febbraio del 1943 si svolse in due fasi, nelle montagne della Tunisia meridionale, la battaglia del passo di Kasserine. Si confrontarono, per la prima volta direttamente in una battaglia importante, l’Afrika Korps di Rommel, indebolito dopo la lunga ritirata dalla frontiera egiziana ma ancora forte e determinato, e i soldati americani, precisamente quelli appartenenti alla 1a Divisione corazzata, al comando del Maggior generale Lloyd Fredendall. Nella prima fase (19-20 febbraio) le forze americane, inesperte, mal schierate e mal guidate sul campo (Fredendall fu sostituito dopo la battaglia), furono rapidissimamente battute dagli attaccanti nonostante questi, pur avendo il vantaggio di disporre di mezzi corazzati di qualità superiore, fossero inferiori di numero e attaccassero da posizioni tatticamente sfavorevoli.

 

Le forze tedesche e italiane dilagarono oltre il passo seguendo due direttrici di marcia verso importantissimi depositi di rifornimento, Tébessa a sud e Thala a nord; le linee americane rischiarono il crollo, anche per via del cedimento emotivo dei soldati, disorientati e demoralizzati dalla sconfitta, dall’inesperienza e dalla percezione della confusione nelle direttive del proprio comando. Tra il 22 e 23 febbraio, grazie all’invio di rinforzi (ancorché raccogliticci) a Thala e al rischieramento delle forze (in particolare sembra sia stato decisivo quello dell’artiglieria) l’attacco fu fermato, sia pure dai 20 ai 30 chilometri più indietro rispetto al fronte iniziale. Rommel, impossibilitato a raggiungere i depositi ai quali mirava, dovette ritirarsi.

 

Il giornalista e storico americano Rick Atkinson intitola, significativamente, Un esercito all’alba il suo libro sulla campagna di Tunisia dell’esercito americano; egli documenta come, in quella che era la sua prima vera campagna, l’esercito della nazione che sarebbe uscita egemone dalla Seconda Guerra Mondiale dovette imparare a fare la guerra a proprie spese contro il molto più preparato esercito tedesco che, per di più, nella parte finale era guidato personalmente dal mitico Rommel (a dispetto, va detto, del fatto che si trattasse di un esercito in ritirata, tallonato dalle forze del Generale Montgomery che lo stavano inseguendo dalla frontiera egiziana, alcune migliaia di chilometri più a est). Le forze tedesche riuscivano tipicamente a prevalere partendo da condizioni di inferiorità perché erano più addestrate, più pronte, più esperte, più audaci; spesso sopperirono alle proprie difficoltà di rifornimento utilizzando ampiamente mezzi e materiali catturati in battaglia, ma alla fine furono sconfitte.

 

I fanti americani, alla fine, impararono a fare la guerra e sconfissero gli specialisti; e con “impararono a fare la guerra” non intendo semplicemente riferirmi alle abilità individuali del combattimento, ma all’evoluzione di un intero sistema, perché anche i comandanti dovettero imparare a comandare sul campo, e i responsabili della logistica dovettero imparare a organizzare i rifornimenti in un contesto reale e in presenza del nemico, non più semplicemente sulla base dei manuali teorici. E anche in questo caso, nonostante il differenziale qualitativo iniziale a favore dell’esercito tedesco, rimane il fatto che questo fu sconfitto.



SCENA n. 3 – Un’isoletta nei Mari del Sud 


Guadalcanal è una piccola isola dell’arcipelago delle Salomone, situato nel Pacifico meridionale a nord-est dell’Australia (e a est della Nuova Guinea); nel 1942 fu teatro di una vera e propria campagna militare, la prima di una lunga serie nel Pacifico, che durò 4 mesi (da agosto a novembre) e vide contrapposte le forze americane a quelle giapponesi.

 

Il contesto strategico era, per gli americani, quello seguente alla vittoria nella battaglia aeronavale di Midway, con la necessità di impedire che l’esercito giapponese (ancora in fase di espansione) si consolidasse nel Pacifico meridionale; l’occupazione di Guadalcanal mirava ad acquisire una base avanzata per poter attaccare con l’aviazione le forze nemiche verso nord e nord-ovest (in particolare il centro di comando di Rabaul) e, al contempo, a sottrarre la base ai giapponesi per evitare che la usassero contro l’Australia. Il contesto tattico era quello di forze terrestri (marines) non ancora sperimentate e di forze aeronavali che, nonostante la recente vittoria a Midway, erano ancora deboli e soggette al maggior potenziale e alla maggiore esperienza di quelle giapponesi (Pearl Harbor era stata attaccata solo 8 mesi prima).

 

Le operazioni di sbarco furono facili, data l’esiguità del contingente giapponese, ma i problemi arrivarono subito: i marines sbarcati furono, di fatto, abbandonati per un periodo a causa della superiorità aeronavale, a livello locale, dei giapponesi (la marina americana non poteva rischiare le sue ancora poche, quindi ancor più preziose, portaerei né gli aerei, ancora non facili da rimpiazzare); al contrario i giapponesi ricevettero consistenti rifornimenti e rinforzi. La campagna di Guadalcanal fu caratterizzata dalla prolungata sofferenza delle forze di terra di entrambe le parti, che dovevano vedersela non solo con il nemico ma anche con la scarsità di viveri (legata alle difficoltà di rifornimento e che, in certi periodi, costringeva a stretti razionamenti), le malattie (la dissenteria era diffusissima e ricorrente) e il clima infernale della giungla tropicale. Da parte americana l’ancora incompleta preparazione delle truppe era evidenziata, per esempio, dalla dimostrata inferiorità nel combattimento navale notturno per cui, per certi aspetti curiosamente, di giorno il mare era dominato dalle navi americane (protette anche dagli aerei che, dopo la fase iniziale, si levavano dall’aeroporto di Guadalcanal) e di notte da quelle giapponesi. Gli storici riportano, tra l’altro, che le vedette giapponesi spesso individuavano le navi americane per prime, nonostante che queste fossero dotate di radar (ancora rudimentali ma pur funzionanti).

 

Uno degli aspetti non secondari di questa prima campagna sembra sia stato l’atteggiamento dell’esercito giapponese, sistema all’epoca altamente preparato e intensamente esercitato (tra l’altro il Giappone era in guerra già da tempo, in vari punti dell’Asia orientale). Stando ai documenti, l’atteggiamento più diffuso rispetto al nemico (soprattutto fra gli ufficiali, che però lo inculcavano nella truppa) era di disprezzo, in quanto lo si considerava composto di soldati poco adatti al mestiere delle armi e poco disposti a soffrire e sacrificarsi; ciò determinava una sottovalutazione delle capacità dell’avversario che, alla fine, diede risultati disastrosi. A Guadalcanal la sofferenza fu lunga, punteggiata da episodi terribili; diverse volte le sorti del contingente americano risultarono appese a un filo; a un certo punto fu sostituito il comandante in capo; ma i marines ressero gli attacchi, si dimostrarono capaci anche individualmente di sostenere i combattimenti all’arma bianca, superarono la sofferenza, lo sconforto e il senso di isolamento. E, ancora una volta, alla fine di tutto, rimane il semplice fatto che gli specialisti della guerra furono sconfitti.



CONCLUSIONE – Gente comune e specialisti della guerra 


La Seconda guerra mondiale fu uno scontro di sistemi industrializzati nel quale si confrontarono due modi di intendere la vita e il mondo: quello delle democrazie e quello delle dittature (o oligocrazie autoritarie) di stampo fascista. Si può discutere su molti aspetti e su molte questioni, più o meno di dettaglio
[2] ma, alla fine, rimane il fatto della vittoria degli Alleati, per niente scontato all’inizio del conflitto e che, quindi, richiede una spiegazione; in questi termini si pone, secondo me, la questione aperta dalle parole del generale Bradley messe in epigrafe.

 

Perché le società industrializzate a governo democratico non erano pronte alla guerra; anzi, non la volevano, e fecero di tutto per evitarla, soprattutto nel caso della Seconda guerra mondiale. Avevano armi inferiori e comandi militari con idee ormai vecchie, furono rapidissimamente sconfitte nella prima fase e rischiarono davvero di essere completamente soggiogate; la stragrande maggioranza delle persone andate in battaglia era gente comune, che aveva lasciato lavori civili e una famiglia. Eppure queste società hanno SCONFITTO SUL CAMPO le dittature di tipo fascista; nel confronto fisico diretto hanno prevalso, e ben due volte in poco più di 20 anni. I sistemi democratici, con la loro lentezza e la farraginosità dei loro processi decisionali, con i vincoli e gli impicci legati alla continua ricerca del consenso, si sono dimostrati superiori e, in particolare, hanno evidenziato che erano superiori i loro sistemi di comando (questo discorso merita un approfondimento che, però, farò in altra sede per non ampliare troppo il tema). Il mito delle “imbelli democrazie” non ha retto alla prova della storia, e la gente comune delle nazioni democratiche ha dimostrato di essere capace di sacrificarsi per scelta, per cose nelle quali credeva, non meno di quella indottrinata appartenente ai sistemi autoritari.

 

Questo non implica la conclusione che i sistemi democratici siano buoni in assoluto; non solo hanno difetti ma, a volte, usano il proprio potenziale per opprimere altri popoli. Questa è una storia antica la cui prima traccia (“storica” nel senso tecnico del termine) risale a circa 2.400 anni fa: Tucidide, nella sua Guerra del Peloponneso, narra come gli inventori della democrazia (gli Ateniesi) decidessero a freddo di distruggere l’assolutamente incolpevole popolo dell’isola di Melo per puri calcoli di vantaggio materiale. Nei tempi più recenti gli esempi abbondano: per esempio qualcuno ricorrentemente si dimentica che Hitler non portò il Nazismo al potere con un colpo di stato, bensì svuotò la democrazia tedesca dall’interno, facendosi eleggere e poi occupando legalmente il potere; oppure altri tendono a dimenticare che sistemi democratici maturi non hanno esitato, sempre per motivi di interesse materiale (e senza avere l’acqua alla gola), ad appoggiare dittature particolarmente odiose. Anche le democrazie sono sistemi umani, quindi fallibili, quindi bisognosi di continue cure e attenzioni per evitare che degenerino; resta il fatto che si sono, finora, rivelati PIU’ EFFICACI e PIU’ EFFICIENTI dei sistemi autoritari.

 

Ciò appare vero sia per quanto riguarda il confronto fisico diretto che per quanto riguarda la competizione economica in condizioni di pace. Nel primo caso, se si guarda al sistema delle nazioni democratiche come un complesso, il problema strategico di fondo è stato quello di resistere sotto i colpi degli attaccanti fino al momento in cui il potenziale produttivo e bellico non avesse potuto dispiegare i suoi effetti; Winston Churchill ha calcolato in 3 anni il tempo necessario (all’epoca) a riconvertire un’economia di pace in un’economia di guerra e, in effetti, la svolta della Seconda Guerra Mondiale (iniziata nel 1939) avvenne a cavallo tra il 1942 e il 1943. Per il secondo caso basti pensare che, 54 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il sistema autoritario sovietico è imploso da solo, e anche senza che nessuno fosse riuscito a prevederlo; parallelamente la dittatura spagnola di Franco, che aveva resistito a tutto (anche a una rivoluzione poco cruenta, ma geograficamente vicinissima, come quella portoghese “dei garofani”), non ha avuto alcun seguito di tipo autoritario.

 

Il verdetto della storia sui sistemi autoritari si può considerare dato; non sembra realistico aspettarsi revival di alcun tipo, né di destra né di sinistra, alle condizioni attuali. Ciò, paradossalmente e come spesso capita nel corso della storia, non ha semplificato le cose ai sistemi democratici che, per quanto più efficienti ed efficaci, sembra abbiano difficoltà ad autogestirsi in un quadro di pieno successo. Ma questo è un altro discorso.



Bibliografia essenziale

Battaglia di Guadalcanal su Wikipedia: http://en.wikipedia.org/wiki/Battle_of_Guadalcanal

Battaglia di Kasserine su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_del_passo_di_Kasserine

Sbarco in Normandia su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Sbarco_in_Normandia


Atkinson, Rick (2002), Un esercito all’alba – La guerra in Nordafrica 1942-1943, Mondadori, Milano.

Carell, Paul (1971), Le volpi del deserto – 1941-1943: le armate italo-tedesche in Africa settentrionale, RCS Libri, Milano.

Churchill, Winston Stanley (1948-1954), La Seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano.

Gilbert, Martin (1990), La grande storia della Seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano.

Hastings, Max (1984), Overlord – Il D-Day e la battaglia di Normandia, Mondadori, Milano.

Liddell Hart, Basil Henry (1970), Storia militare della Seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano.

Liddell Hart, Basil Henry (1948), Storia di una sconfitta – La Seconda guerra mondiale raccontata dai generali del Terzo Reich, RCS Libri, Milano.

Merridale, Catherine (2007), I soldati di Stalin – Vita e morte nell’Armata Rossa 1939-1945, Arnoldo Mondadori, Milano.

Millot, Bernard (1968), La guerra del Pacifico, RCS Libri, Milano.

Mueller, Joseph N. (1998), Guadalcanal 1942 – La riscossa dei marines, Osprey Publishing Ltd., London.

Neillands, Robin; De Normann, Roderick (1993), D-Day 1944 - Voci dalla Normandia, Mondadori, Milano.

Ryan, Cornelius (1959), Il giorno più lungo – 6 giugno 1944, TEA, Milano [1994] / RCS Libri [2003].

Tucidide (~ 400 a.C.), La guerra del Peloponneso, Edizioni varie – (L’episodio dei Meli è nel Libro V°). [Testo integrale disponibile online all’URL http://www.filosofico.net/tucpeloponneso.htm ]

 


[1]  Secondo stime attendibili (Per esempio in Merridale, 2007) alla fine della Seconda guerra mondiale era scomparso il 20% della popolazione polacca (il datoinclude i 3 milioni di ebrei polacchi vittime dell’Olocausto).

[2]  Per esempio non è una dimenticanza lo scavalcare, qui, il problema che del fronte Alleato faceva parte l’Unione Sovietica, sistema dittatoriale anche se di tipo comunista e non fascista; la questione viene approfondita in un altro scritto e, comunque, si ribadisce che essa non intacca il ragionamento qui proposto. Rimandando all’altro scritto per gli approfondimenti accenniamo comunque, già qui, a due motivi fondamentali: il primo è che la capacità dell’Unione Sovietica di resistere all’aggressione tedesca fu alimentata in modo essenziale dai rifornimenti inglesi e americani; il secondo è spiegato nelle righe finali di questo scritto.

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