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(4) IL PESO dei FATTI / II (Seconda parte)


IL PESO dei FATTI / II

I sistemi di comando nella Seconda guerra Mondiale alla prova dei risultati
(Seconda parte)

_____________________


[Vai alla Prima parte]


Il confronto tra i sistemi di comando 


L’esercito tedesco, come abbiamo visto, eccelleva sul campo di battaglia per preparazione, motivazione ed esperienza; le sue potenzialità furono impiegate al meglio e dettero i migliori risultati nella prima fase della guerra, quando gli strateghi poterono pianificare a freddo e Hitler ebbe alcune felici (per il Nazismo) intuizioni. Ma il totale isolamento del dittatore al vertice della piramide del potere, la totale mancanza di confronto, fecero sì che proprio questi successi fossero alla base delle sconfitte successive perché rinforzarono le sue convinzioni errate e lo costrinsero in una visione che, col passare del tempo, si fece sempre più rigida, ristretta e lontana dalla realtà.

 

Al contrario i confronti e gli scontri all’interno degli staff di comando Alleati (particolarmente delicati erano quelli misti), così criticati a posteriori da molti storici militari, furono probabilmente alla base di molti errori locali ma furono anche il fattore che garantì, col tempo, l’emergere sia dei comandanti capaci di GESTIRE anche il sistema dei rapporti (oltre alle risorse militari) sia di quelli più abili sul campo. Credo che la considerazione conclusiva, sulla questione, l’abbia fatta il generale Bradley:


I critici affermano che la strategia della Seconda Guerra Mondiale è stata completamente sbagliata, che sarebbe stato meglio fare questo o quello.

Forse … ma rimane il fatto che abbiamo vinto la guerra.

 

Perché i critici di parte Alleata hanno spesso attaccato la propria parte trattando la Seconda guerra mondiale come una specie di gara tra apparati militari, e hanno reso omaggio alle capacità militari tedesche; solo che, così facendo, hanno perso di vista un elemento essenziale: la Seconda guerra mondiale non fu un confronto tecnico fra apparati militari, ma una lotta mortale fra due sistemi di vita, fra due concezioni del mondo. Alla fine di tutto resta il fatto che, con la loro farraginosità, con i loro complicati processi decisionali, con la delicatezza della loro rete di relazioni, i sistemi democratici hanno vinto la guerra, e uno dei fattori decisivi di questa vittoria è stata la maggiore funzionalità (in termini di efficienza ed efficacia) dei sistemi di comando.

 

I sistemi di comando dittatoriali non sono inefficienti in senso assoluto; sul singolo evento, in caso di crisi, la velocità della decisione autoritaria può fare la differenza e risolvere il problema; Churchill ha scritto, nella sua storia della Seconda guerra mondiale, che in qualche momento avrebbe voluto avere a disposizione il potere di decidere unilateralmente come faceva Hitler, invece di dover sempre presentare tutto e negoziare tutto con i propri alleati di governo e con quelli sul campo. Ma i sistemi di comando dittatoriali non reggono la prova del tempo perché non sono capaci di adattarsi al mutare delle circostanze, sono rigidi e destinati fatalmente a logorarsi mentre quelli democratici (quelli democratici “veri”) crescono sull’esperienza e migliorano con il tempo.



Il caso del Giappone: gli effetti della rigidità 


Molti storici hanno osservato come la rigidità fosse una caratteristica essenziale delle forze armate giapponesi in fase di attuazione dei piani. La pianificazione strategica e tattica del Giappone era, a quanto pare, di notevole qualità: minuziosa, dettagliata, calcolata con grande attenzione; tuttavia, a livello operativo, la messa in atto dei piani risultava di qualità comparabile solo se tutto andava secondo le previsioni. Se, a un certo punto del piano, subentravano imprevisti significativi, allora emergeva una sostanziale incapacità di riprogettare “in diretta”, di adattare in tempo reale il piano alle circostanze, di reagire adeguatamente al nuovo contesto.

 

Il caso forse più eclatante si verificò durante la battaglia aeronavale di Midway (inizio giugno 1942); quando questa ebbe inizio, le due flotte erano uscite da poco dalla battaglia del Mar dei Coralli, che tecnicamente si poteva considerare finita in parità ma che, sostanzialmente, aveva ridotto in condizioni critiche la flotta americana. Infatti, a soli 6 mesi dall’attacco a Pearl Harbor, nel Mar dei Coralli era stata affondata una delle poche portaerei disponibili (la Lexington) e ne erano rimaste in linea solo tre, compresa la Yorktown[1], che era tornata da quella battaglia gravemente danneggiata e che fu rabberciata alla meglio per consentirle di riprendere il mare in vista dello scontro che si stava profilando a Midway. La flotta giapponese era, invece, potentissima, divisa in quattro gruppi: uno era incaricato di una diversione contro le isole Aleutine, e due erano i gruppi di attacco, dei quali uno dotato delle portaerei (almeno 5 principali senza contare quelle di scorta e tutte le unità di supporto) e uno con la forza di sbarco diretta all’isola. Uno, infine, era il gruppo di riserva, guidato personalmente dal capo della flotta imperiale, l’ammiraglio Isoroku Yamamoto, senza portaerei importanti ma con le principali navi da battaglia (tra le quali la corazzata Yamato, la più grande del mondo, all’epoca).

 

Per una serie di fattori che sono ancora in parte in discussione, accadde che, considerando i due gruppi principali di attacco giapponesi, gli americani tentarono oltre 10 assalti di vario tipo, risultati totalmente infruttuosi (e associati alla perdita integrale, o quasi, di diverse squadriglie americane); poi, in due attacchi successivi a metà giornata del 4 giugno 1942, in un arco di tempo che, a seconda delle fonti, varia tra 7 e 12 minuti, tre grandi portaerei giapponesi furono affondate, la Akagi, la Kaga e la Soryu. Nel tardo pomeriggio ne fu affondata una quarta, la Hiryu, e la potenza aeronavale giapponese subì un colpo decisivo anche per il grande numero di marinai e piloti ben addestrati uccisi in battaglia (anche in guerra la sostituzione degli uomini è spesso molto più difficile di quella delle macchine). L’aspetto sorprendente è che, a questo punto, la partita era tutt’altro che chiusa, anche a detta degli americani: le loro tre portaerei erano vittoriose ma in condizioni critiche, con la Yorktown che dovette essere affondata il giorno dopo per l’impossibilità di ripararla o di rimorchiarla, e le altre due capaci di tenere il mare ma ridotte male, con le forze aeree ormai scompaginate e molto diminuite, con l’impossibilità di ricevere soccorsi significativi dalle basi di terra. Un attacco deciso delle navi corazzate di Yamamoto avrebbe trovato poca resistenza degna di questo nome e avrebbe potuto ribaltare le sorti della battaglia; perché l’ammiraglio giapponese non attaccò con il suo gruppo intatto? L’interpretazione più accreditata è quella, appunto, legata alla rigidità nell’applicazione dei piani per cui, una volta distrutto il nerbo della forza sulla quale era imperniato il piano originale, non si riusciva a vedere alternativa alla ritirata. E fu ciò che accadde.

 

La stessa rigidità la si riscontra, successivamente, nelle tattiche della fanteria che, dopo aver dilagato nelle isole del Pacifico occidentale, stava per confrontarsi con le forze di terra della marina americana (i marines); la degenerazione dell’ideologia del Bushido (codice etico tradizionale dei guerrieri, dei samurai), inculcata alle truppe, aveva prodotto un atteggiamento di disprezzo nei confronti dell’avversario, considerato timoroso e poco capace di combattere, e aveva portato al fissarsi delle tattiche (tipicamente gli “attacchi Banzai”, assalti frontali all’arma bianca, in massa, senza curarsi delle condizioni oggettive) e al suicidio collettivo (che nelle ultime fasi coinvolse anche parte della popolazione civile) in caso di sconfitta sul campo. E’ un fatto che, a parte alcune eccezioni, nella maggior parte dei casi di riconquista americana delle isole occupate nel Pacifico le perdite giapponesi erano nella proporzione di circa 10 a 1 rispetto a quelle degli avversari, se non di più.

 

Sulla rigidità e sul rapporto tra piani e applicazione vale la pena di aprire una piccola parentesi, che getta uno sprazzo di luce su come venisse vissuta, la questione, in alcuni punti del campo Alleato: a proposito del già ricordato Generale Montgomery gli storici militari concordano, in base allo studio a posteriori degli eventi, sul fatto che un suo punto di forza era la capacità di adattare “in corsa” i piani alle circostanze; per esempio la battaglia che lo rese famoso (la seconda di El Alamein) fu vinta grazie alla sua capacità di modificare le direttrici d’attacco sulla base degli esiti dei primi scontri. La battaglia durò in tutto 12 giorni (dal 23 ottobre al 4 novembre 1942) e si svolse in due fasi, entrambe combattute nel settore settentrionale del fronte, vicino alla costa del Mediterraneo; nella prima fase Montgomery dette prova di questa sua qualità abbandonando, dopo il fallimento del primo assalto, l’azione verso ovest e attaccando a nord; lo stesso fece poco dopo, nella seconda fase, quando spostò l’asse dell’attacco, in un primo momento diretto ancora a ovest, verso sud-ovest, alla giunzione fra le forze tedesche e quelle italiane, e realizzò infine lo sfondamento, che rese inevitabile la ritirata di Rommel. Eppure il protagonista (come continuò a fare anche in occasioni successive) accreditò, a posteriori, una versione secondo la quale la battaglia si era svolta integralmente secondo i piani; forse per vezzo, forse per aderire a un’immagine mentale tradizionale del grande stratega (legata alla qualità del piano in se stessa) il generale Montgomery sosteneva versioni che nascondevano proprio quella che, a posteriori, è stata riconosciuta come la sua migliore qualità: la flessibilità nell’applicazione.



Il caso della Russia: le oscillazioni tra rigidità e flessibilità 


Il caso della Russia è particolarmente interessante, nel confronto dei sistemi di comando, perché, pur essendo anch’essa una nazione aggredita e schierata nel fronte Alleato, era governata da una dittatura e non da una democrazia. Come accadde, dunque, che i suoi sistemi di comando si rivelarono, alla fine, più efficaci di quello tedesco?

 

Partiamo dall’origine, e cioè dal dittatore: se, come abbiamo accennato, il profilo di personalità di Hitler tendeva al narcisismo patologico, quello di Stalin inclinava decisamente verso la paranoia; infatti il periodo stalinista fu caratterizzato, tra le altre cose, da una spasmodica (paranoica, appunto) attenzione alle questioni di puro potere e dal timore dei complotti. Stalin vedeva complotti dappertutto e, nel tentativo di premunirsi contro di essi, usava il suo potere assoluto per decapitare periodicamente gli apparati dello stato sovietico che gli sembravano minacciosi e, in particolare, i vertici militari, che comprendevano alcune eccellenti figure provenienti dall’ex-esercito zarista. Accadde così che, al momento dell’invasione tedesca (giugno 1941) i sistemi di comando dell’esercito sovietico fossero gravemente compromessi e che non ci fosse nessun capo di spicco che potesse prendere in mano la situazione; molte delle sconfitte e delle sofferenze del 1941-42 sono dovute a questa specie di paralisi dei comandi.

 

E non si tratta solo di una questione di strutture organizzative e di persone: a tutti i livelli della macchina militare sovietica era nota la paranoia di Stalin, e i comandanti dovevano dare ordini pensando a come li avrebbe interpretati Stalin, più che a cosa fosse effettivamente necessario; l’esito più frequente era che, per prevenire eventuali ritorsioni (le quali consistevano direttamente nella Siberia o nel plotone di esecuzione), si tendeva ad eseguire gli ordini in base ad una loro interpretazione letterale. E’ documentato il caso, durante l’offensiva russa sul Dnepr del 1944, con i tedeschi ormai in ritirata, di un tentativo di attacco con truppe paracadutate nel quale fu eseguito alla lettera l’ordine di mandare all’assalto “tutti” i membri della divisione; furono paracadutati anche gli scrivani, i malati (almeno i meno gravi) e altro personale del tutto inadatto al combattimento, col risultato che l’attacco si risolse comunque in un disastro, a livello locale. Il privilegio dell’ideologia e dell’acquiescenza al potere rispetto alla professionalità e al merito costarono milioni di morti e prigionieri (la stragrande maggioranza di questi ultimi destinati comunque a morire per il trattamento bestiale) nella prima fase del conflitto[2].

 

Ma ci fu una differenza sostanziale tra lo stile di comando di Stalin e quello di Hitler: Stalin era abbastanza pragmatico, nella sua paranoia, da saper cedere quando si rendeva conto che stava per perdere tutto; quindi i sistemi di comando sovietici si modificarono, nel corso della guerra. A partire da un apparato che era politicamente irreggimentato, con i commissari politici che garantivano la fedeltà alla linea fino ai livelli più bassi dell’organizzazione militare (ogni reparto aveva il suo commissario politico, con una specie di doppio sistema di comando che creava non pochi problemi), si passò al ripristino delle onorificenze già in uso presso l’esercito zarista, si istituirono i reparti insigniti della denominazione “Guardie”, che erano considerati e trattati come truppe di élite, e si riunificò il comando nelle mani del comandante militare. Inoltre si attivarono altri due processi che ebbero una grande importanza per l’efficienza e l’efficacia dell’esercito sovietico: fu individuato un capo nel generale Žukov, che si era distinto negli scontri con i giapponesi in estremo oriente, e, soprattutto, si lanciò la campagna di propaganda per la Grande Guerra Patriottica. Mentre Hitler si preparava a sacrificare il popolo tedesco all’ideologia nazista, Stalin fu capace di mettere (momentaneamente) da parte quella comunista e di fare appello al popolo per salvare LA PATRIA, non il comunismo. E il popolo russo rispose[3].

 

Indubbiamente giocarono anche altri fattori; per esempio una spinta in questa direzione fu sicuramente data dai metodi degli occupanti tedeschi, che si misero a sterminare popolazioni (come gli ucraini) che sarebbero state pronte ad accoglierli come liberatori. D’altra parte anche il processo di depoliticizzazione dell’esercito e della sua professionalizzazione ebbe fasi alterne, con periodici ritorni (quando la paranoia di Stalin riprendeva il sopravvento) al sistema dei commissari e con sostituzioni immotivate di alti comandanti. Tuttavia il sistema riuscì a mantenersi abbastanza flessibile e a crescere, sia pure a prezzi inenarrabili, fino a diventare capace di sconfiggere i tedeschi come sistema organizzato, e non solo per le risorse materiali fornite dagli alleati occidentali. Per quanto riguarda i prezzi pagati da questo sistema per apprendere “in corsa” l’efficienza, si consideri questa sola informazione: nel luglio 1944 fu calcolato che il 90% (novanta per cento!) della popolazione sovietica in età 18-21 anni era già caduta in combattimento, e per questo si impostarono leggi apposite per il sostegno alle madri. E, va aggiunto, i prezzi furono così alti anche per le componenti di schizofrenia e arbitrio rimaste, nei sistemi di comando, nonostante le correzioni accettate da Stalin.



Congedo 


Dunque la flessibilità è una chiave concettuale per spiegare la superiorità dei sistemi di comando delle nazioni democratiche rispetto a quelli delle dittature; ma la flessibilità non è una qualità intrinseca a priori dei sistemi democratici, bensì è il risultato delle loro strutture (fondamentale la distinzione e l’autonomia dei ruoli) e dei loro sistemi decisionali. È il pluralismo (un pluralismo consapevole, attento, pragmatico e non ideologico e astratto) la qualità che distingue i sistemi democratici da quelli autoritari; è l’affidarsi gli uni agli altri, anche quando le circostanze sembrano spingere verso la svolta autoritaria, che fa la differenza; è il controllo incrociato (fondato anch’esso, non a caso, sull’autonomia dei ruoli), con la verifica reciproca dei risultati e dell’esercizio del potere, con la piena assunzione e il rispetto delle responsabilità, che garantisce la via d’uscita migliore compatibile con le circostanze date.

 

Scrivo questo perché mi pareva importante sottolineare come l’opzione democratica non sia semplicemente una scelta etica individuale e, in quanto individuale, di pari valore rispetto ad altre che si possono fare; a livello di governo di società di massa, l’opzione democratica è anche quella che funziona meglio. Vero è che la storia ci presenta anche diversi casi di democrazie malate, e questo apre la questione di quali siano le CONDIZIONI che possono garantire la salute di un sistema democratico, fallibile anch’esso come tutti i sistemi umani; ma questo è un altro discorso, rispetto al tema che ho trattato.



Bibliografia essenziale

Battaglia di Midway su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_delle_Midway

Battaglia di Midway nel sito del Dipartimento della Marina USA: (1) Con approfondimenti sul ruolo dei servizi di intelligence americani nella vittoria = http://www.history.navy.mil/faqs/faq81-1.htm ;  (2) Con una selezione di immagini = http://www.history.navy.mil/photos/events/wwii-pac/midway/mid-4.htm


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Stinnett, Robert B. (2000), Il giorno dell’inganno – La verità su Pearl Harbor, Il Saggiatore, Milano.

Wieder, Joachim (1972), Stalingrado – Morte di un esercito, Longanesi, Milano.

  


[1] Le altre due erano la Enterprise e la Hornet.

[2] Le fonti oggi accreditate (si vedano, per esempio, Merridale 2007, Beevor 1998, Overy 1997) stimano in almeno 3.000.000 di morti in combattimento e oltre 2.000.000 di prigionieri dal 22 giugno alla fine del 1941.

[3] Per una interessantissima discussione sul rapporto tra spinte ideologiche e sentimenti dei soldati, e sulle reazioni, i comportamenti e le scelte dei combattenti (e dei civili, almeno per quanto recuperabile dalle memorie dei combattenti), si veda Merridale, 2007. L’autrice documenta anche (ed è un altro aspetto di grande interesse) la marcia indietro pianificata nel dopoguerra, con lo sforzo del Partito Comunista sovietico (si fa prima a dire: Stalin) di rimettere al primo posto l’ideologia, cioè di riprendere il controllo totale della popolazione, messo a rischio dai meriti dei soldati e, nella fase di occupazione delle nazioni ai confini occidentali dell’URRS, dalle loro esperienze a contatto troppo diretto con il capitalismo. L’operazione fu attentamente pianificata e iniziò subito, a partire dalla cerimonia ufficiale di celebrazione della vittoria, il 24 giugno 1945; anche gli eroi di guerra, a partire dal grande Žukov, furono rapidamente messi da parte per non dare ombra alla dittatura.

[4] Ristampato in cofanetto insieme al precedente “Operazione Barbarossa” con il titolo La campagna di Russia, RCS Libri, Milano [2000]. Paul Carell è lo pseudonimo di Paul Karl Schmidt (1911-1997); l’autore era stato ufficiale presso il comando supremo della Wehrmacht, durante la guerra, e i suoi libri sono decisamente ristretti agli aspetti militari (quindi trascurano tutte le questioni legate al trattamento riservato ai prigionieri e alla popolazione civile nella guerra contro la Russia, come osserva anche Raimondo Luraghi nella sua introduzione) e piuttosto chiaramente schierati: riesce a descrivere l’abilità dei militari tedeschi nelle ritirate come se stessero conducendo avanzate vittoriose. Nonostante questo, i suoi testi sono validi come documento e la lettura è interessante.

[5] Ristampato in cofanetto insieme al successivo “Terra bruciata” con il titolo La campagna di Russia, RCS Libri, Milano [2000].

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