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(4) IL SUDDITO NUDO (Prima parte)

IL SUDDITO NUDO

Il metodo del dibattito politico e la natura della democrazia italiana

(Prima parte)

_____________________

 

Il re è nudo. Il sistema del potere politico italiano ha ormai pubblicamente manifestato, e continua a manifestare, tutte le sue debolezze, amplificate dai mass-media, fustigate dai comici, vituperate nelle chiacchiere in società. Ed è difficile dare torto a chi si occupa di queste debolezze, tanto esse sono palesi, sfacciate, addirittura ostentate; è difficile dare loro torto sul piano dei contenuti. Ma se si analizza il metodo il discorso cambia.

Perché, in effetti, il dibattito politico in Italia si sviluppa secondo modalità specifiche che gli conferiscono una forma precisa, la quale a sua volta è rivelatrice di un particolare rapporto che esiste tra gli italiani e la politica. Può sembrare secondario, in un contesto storico caratterizzato da così tanti problemi, introdurre anche la questione del metodo; in effetti si è tentati fortemente di dar peso solo alle questioni di contenuto che, intuitivamente, tendiamo a considerare quelle decisive. Ma, e questo è un primo assunto fondamentale di questo scritto, non è così.

Gli studi sulle interazioni tra persone hanno chiarito, in un modo che può essere considerato definitivo, che i processi della comunicazione interpersonale sono così complessi proprio perché non sono identificabili semplicemente con uno scambio e una elaborazione interattiva di informazioni; la comunicazione è un’altra cosa, una cosa nella quale i contenuti rappresentano solo un aspetto, un aspetto che può non essere affatto decisivo.

Senza voler entrare in dettagli scientifici che ci porterebbero fuori tema, è sufficiente considerare che è stato dimostrato che ogni atto comunicativo è caratterizzato dal seguente paradosso: chi emette il messaggio tipicamente pone attenzione soprattutto a ciò che dice (al contenuto del messaggio, a ciò che corrisponde alle proprie intenzioni comunicative, formulandolo con le parole) mentre chi lo riceve registra segnali anche su una serie di altri canali, la maggior parte dei quali vengono recepiti a livelli inconsapevoli. Il punto fondamentale è che il significato del messaggio non è il risultato dall’analisi razionale della forma verbale, bensì dell’integrazione di tutti i segnali recepiti e della loro interpretazione soggettiva basata sul confronto fra i segnali e gli schemi mentali del ricevente. Se si considera che questi schemi sono il risultato dell’esperienza di vita pregressa, è chiaro che, di fatto, emettere un messaggio significa lanciare un insieme di stimoli, dei quali solo una piccola parte sono controllabili consapevolmente, che vanno a impattare sulla globalità di un altro essere umano (inesorabilmente diverso!), cioè su ben altro che sulla sua sola mente razionale. Insomma: il significato a un messaggio lo dà chi lo riceve, non chi lo emette, e con ampi margini di autonomia rispetto all’emittente e al contenuto del messaggio.

Le modalità, secondo alcune recenti evidenze, sono analoghe sia nelle interazioni uno-a-uno (livello di coppia) che in situazioni più complesse, in contesti sociali come, per esempio, quelli del gruppo o, in certi casi, delle masse; sembra che a certi stimoli anche sistemi sociali collettivi reagiscano in modo coerente, interpretabile e, entro certi limiti, prevedibile (anche se statisticamente e non deterministicamente). Perciò quando si pone la questione del metodo non si parla di filosofia o di logica (o, comunque, non solo) ma di neurofisiologia e di psicologia, cioè di aspetti tali che, se non vengono tenuti in adeguata considerazione, possono produrre effetti paradossali, addirittura contrari alle intenzioni di chi comunica.

Perché il punto sembra essere questo: chi riceve il messaggio non può fare a meno di registrare, oltre al COSA riceve, anche il COME gli viene presentato e inviato, il CHI lo invia, il QUANDO e il CONTESTO nel quale l’invio avviene; non può fare a meno di chiedersi PERCHE’ e di darsi una risposta (e il fatto che sia fondata o meno è secondario, nell’ambito di questo discorso, perché, per chi riceve, la propria percezione è vera). E tutto assume un peso nell’interpretazione, un peso che è soggettivo, non calcolabile, dunque un fattore di incertezza. E non è una questione di volontà o di titolo di studio, ma di STRUTTURE del sistema nervoso, che fanno sì che, ogni volta che emettiamo un messaggio (e la cosa vale per gli scambi di battute al bar come per le interazioni tra politici e popolazione, anche se mediate dai mass-media), inneschiamo un processo ad elevato tasso di incertezza. Dunque quando pongo la questione del metodo, rispetto al dibattito politico oggi in Italia, intendo affermare che è inevitabile, da parte della popolazione, la lettura dei messaggi provenienti dai politici anche su piani “altri” rispetto a quello esplicito e dichiarato, piani molteplici e sottili, in larga parte sottratti al controllo consapevole; e che, per contro, i messaggi formulati dai politici possono produrre effetti che vanno al di là delle intenzioni dell’emittente, perché i risultati del loro impatto con le chiavi di lettura dei destinatari sono prevedibili solo parzialmente.

In termini scientifici si può fare riferimento a due settori principali di ricerca: la linguistica, in particolare per ciò che riguarda la dimensione pragmatica del linguaggio; la psicologia relazionale, con particolare riferimento alla Scuola di Palo Alto (Watzlawick e collaboratori), per ciò che riguarda l’aspetto relazionale delle interazioni e la pragmatica del comportamento. In questi settori si studiano il linguaggio e le interazioni ponendo attenzione agli EFFETTI che producono sui destinatari (in termini semplici è questo che significa la parola “pragmatica”); la prospettiva è quella dello sviluppo e della diffusione di capacità di controllo sull’efficacia della comunicazione. Ciò fa sì che, anche se più la studiamo e più la comunicazione continua ad apparirci un mondo misterioso, possiamo tuttavia dire di aver cominciato ad intaccare il mistero e a identificare alcuni primi codici dei canali “collaterali” della comunicazione interpersonale, capaci di renderci intelligibili a livello consapevole quei piani di lettura oggi utilizzati in larghissima misura inconsapevolmente. La decodifica è ai primi passi e, per adesso, è concentrata in gran parte sulle interazioni uno-a-uno; però, anche sulla base di evidenze recenti[1], la tesi qui sostenuta è che gli strumenti e le chiavi di lettura individuate possono risultare validi anche per le interazioni politici / popolazione, pure se mediate dai mass-media. E’ con questi strumenti e chiavi di lettura che proveremo a leggere il dibattito politico italiano attuale e a vedere dove ci porta la riflessione.

Il grande assente

Sul piano del metodo la prima cosa che colpisce, del dibattito politico italiano, è l’assenza pressoché totale (o, il che può essere persino peggiore, la presenza virtualizzata) di un soggetto cui dovrebbe spettare, invece, un ruolo da protagonista: il popolo italiano. Intendo dire proprio gli italiani comuni, la gente, l’insieme delle persone che compongono questa nazione, quelle che devono sfangare la vita quotidiana, quelle che consumano, quelle che votano. In altre parole: la massa. Assenza non vuol dire mancanza di citazione: il popolo italiano è sulla bocca di tutti i politici, che si affannano a giurare che i loro pensieri sono dedicati solo al benessere dei cittadini; però, appunto, lo fanno con una modalità che, una volta rilevata e interpretata, delinea un quadro nuovo e illuminante. L’analisi a livello metodologico è potenzialmente ricca, anche se il suo sviluppo può essere considerato ancora iniziale; in questa sede, per motivi di “economia” di questo scritto, lo studio viene mantenuto ai livelli di maggiore evidenza, e il risultato è costituito da 4 indicatori fondamentali di COME i politici italiani parlano ai, e dei, cittadini italiani.

Indicatore n. 1: la generalizzazione

Partendo dalla base, ovvero dai riferimenti diretti, si osserva che quando i politici, a qualunque parte appartengano, parlano della popolazione usano pressoché sempre il termine collettivo generale “gli italiani”, e in questo c’è qualcosa che non quadra. La questione è sottile, anche se molto rilevante, e per fare chiarezza dobbiamo distinguerne due aspetti: il primo è che il fatto che un politico dichiari di volersi occupare del bene generale, e non solo di quello dei cittadini della propria parte, appare ineccepibile, soprattutto se chi comunica occupa posizioni istituzionali; se la democrazia, come io penso, tra le altre cose è un sistema politico che deve consentire la coesistenza pacifica di idee e interessi diversi, è chiaro che non avrebbe senso che i vincitori di una tornata elettorale si trasformassero in dittatori sulla parte sconfitta. In altri termini, al di là delle opzioni diverse sull’analisi della situazione, sulle priorità e sulle soluzioni che si propongono, per quanto riguarda le strutture e i meccanismi di fondo del sistema democratico ci deve essere per forza un accordo trasversale (o bi-partisan, come si preferisce oggi), e la difesa di queste strutture e di questi meccanismi deve essere un compito primario per chiunque vinca le elezioni.

Ma, stabilito questo, va aggiunto che riferirsi sistematicamente a “gli italiani” come se fossero una massa amorfa è inquietante e fa torto agli italiani stessi; gli italiani sono assolutamente tutti uguali in termini di dignità umana, ma che la pensino allo stesso modo, che vogliano le stesse cose e che abbiano gli stessi interessi è insostenibile. Per esempio rispetto al grande tema delle riforme non sembra avere molto senso l’esprimersi reiteratamente come se gli italiani volessero tutti le riforme e ci fosse un qualche fattore esterno che impedisce loro di goderne; ma quale fattore esterno? La classe politica? Ma la classe politica attuale non è il risultato di un colpo di stato, è stata votata dagli italiani. Allora il contesto internazionale? Ma se siamo circondati da democrazie pienamente funzionanti; anzi, dall’immediato dopoguerra, dalla NATO e dalla CECA fino all’UE attuale, siamo formalmente e sostanzialmente alleati delle democrazie avanzate, ne siamo parte integrante. Comunque la giriamo, alla fine la conclusione appare inevitabile: una parte importante degli italiani, per motivi ideologici o di interesse, non è d’accordo sul far evolvere il sistema-Italia e preferisce tenerlo com’è.

Ciò non toglie che un politico, appartenente a uno schieramento, possa volersi rivolgere a tutti gli italiani; il punto è che l’accomunarli in modo implicito aumenta la confusione, invece di fare chiarezza. Il fatto che si usi sistematicamente questo approccio fa riflettere, porta a chiedersi perché, dato che l’alternativa c’è ed è anche semplice: basta rivolgersi agli italiani non negando, o sottacendo, la loro diversità, ma riconoscendola e portando argomenti che dimostrino (che “dimostrino”, non che si limitino semplicemente a dichiararlo) l’errore e lo svantaggio di sostenere la posizione avversa.

La massa non è amorfa; se al suo interno non si distinguono i diversi tipi di destinatario si ottengono, o si rinforzano, processi ed effetti negativi su diversi piani. Innanzitutto, con la confusione, aumenta il senso di estraniamento: nessuno può riconoscersi in un ammasso forzato, e una delle decodifiche implicite non può che essere: “Non è di me che stanno parlando, non sono i miei interessi che tutelano … se parlano a tutti indifferenziatamente vuol dire che pensano solo a se stessi, che non sono interessati alla realtà della vita e dei problemi delle persone”. Dunque, volontariamente o meno, si alimenta la disaffezione, quella “antipolitica” della quale poi ci si lamenta tanto. Se la rappresentanza si traduce nella forzatura di discorsi, immagini e programmi per dare contentini a più gente possibile, per garantirsi la rielezione, ciò rende indistinguibili le parti e rinforza l’idea che un politico vale l’altro.

Indicatore n. 2: la manipolazione

Nelle società avanzate attuali la complessità domina ogni ambito, e la ricerca delle soluzioni è un lavoro difficile e costellato di incertezze e paradossi; va dunque spiegato come mai, quando i politici sembrano voler scendere dalla sfera ideologica a quella degli interventi operativi, presentino agli italiani solo soluzioni preconfezionate, di fatto impacchettate e chiuse, senza la minima problematizzazione. E le presentano tipicamente come una sorta di formule magiche o, comunque, di oggetti autoconsistenti, tali da far sembrare che basterebbe scegliere quelle soluzioni perché i problemi venissero automaticamente risolti; non c’è traccia, nei loro discorsi, del PERCORSO che ogni soluzione implica, delle difficoltà che lo possono caratterizzare, dei tempi per raggiungere la meta e delle tappe da attraversare. In sostanza, anche quando i politici presentano le loro ipotesi concrete, sono lontani dai processi reali, sono lontani dal mondo vero; inevitabilmente le loro comunicazioni non possono che assumere l’aspetto di advertising, di “consigli per gli acquisti”. In queste condizioni, la metafora più adeguata sembra quella del supermercato, con i politici come concorrenti commerciali, che sgomitano per rendersi più visibili, mentre la popolazione gira col carrello, impossibilitata a influire sull’offerta se non con il solo atto della scelta di acquisto e cercando di capire da quale delle offerte è più vantaggioso (o meno controproducente) farsi sedurre.

E, in effetti, è esattamente quello che sembra accadere; ciò che propongo di considerare è che l’atteggiamento passivo, e il rapporto deteriore tra cittadini e politica, viene alimentato proprio (o almeno anche) da questa specifica modalità di comunicazione. E basta pensarci un attimo: per esempio il concetto giuridico di “conflitto di interessi” è continuamente esemplificato, nella vita quotidiana, in transazioni apparentemente banali ma in realtà basate su fondamenta essenziali della convivenza civile; e nel quotidiano il principio è ben compreso da tutti, per cui chiunque, per dire, si rende conto che andare a chiedere al pizzicagnolo se le uova che vende sono fresche innesca un paradosso. Infatti se dice di sì non appare credibile, perché è parte in causa e non può (nemmeno con la migliore buona volontà) esprimere valutazioni oggettive; d’altra parte se dice di no confessa una flagrante contraddizione e, quindi, una condotta disonesta (se le uova non sono fresche, perché le mette ugualmente in vendita?); di fatto il suo RUOLO nella transazione gli rende impossibile dire di no, dunque qualunque risposta affermativa non appare credibile. A tutti gli effetti, il politico che sostiene le proprie posizioni con il metodo dell’advertising non è credibile per motivi STRUTTURALI, e la sua comunicazione viene inevitabilmente percepita come un tentativo di manipolazione. Perché i tentativi di manipolazione la gente li rileva, anche se, magari, inconsapevolmente.

Gli esempi sono numerosi, tanto che ci possiamo concedere il lusso di partire da un controesempio, proveniente, forse inevitabilmente, dall’estero: molto di recente è arrivata, attraverso i mass-media, la notizia che il famoso quartiere a luci rosse di Amsterdam verrà chiuso; ovviamente non sono mancate, soprattutto dagli “operatori del settore”, le critiche, ma un rappresentante della municipalità (non ricordo chi e in quale ruolo, esattamente) ha rilasciato al microfono una dichiarazione di grande interesse sul piano metodologico. Ciò che ha detto si può sintetizzare così: “Abbiamo verificato, negli ultimi anni, che questo quartiere si era ormai trasformato in una centrale della criminalità, per cui a questo punto il male minore è chiuderlo”. In una dichiarazione pubblica, durata meno di mezzo minuto, questo portavoce ha esemplificato un percorso ineccepibile di pensiero e una inattaccabile consequenzialità tra pensiero e azione; in sintesi la sua argomentazione è stata: abbiamo provato; ha anche funzionato, fino a un certo punto; abbiamo visto che è degenerato; cambiamo strada cominciando subito. In termini di analisi di processo: vecchia soluzione – monitoraggio – verifica recente e valutazione negativa – abbandono della vecchia soluzione.

Un esempio italiano, che invece conferma quanto abbiamo detto, è quello dell’ordinanza sui lavavetri emanata recentemente dal Comune di Firenze; e chiariamo subito che qui non è in discussione il contenuto dell’ordinanza, sulla sostanza del quale si può essere d’accordo o meno senza intaccare le considerazioni di natura metodologica che vado ad esporre; il punto essenziale è che il MODO nel quale l’operazione è stata realizzata e presentata non può fare a meno di suscitare dubbi e innescare riflessioni. Per quanto abbiamo detto all’inizio, infatti, è automatico che l’informazione venga associata, da chi la riceve, a una serie di fattori di contesto che possono essere così sintetizzati: gli amministratori che hanno emanato l’ordinanza sono gli stessi che hanno praticato, in precedenza, la politica delle porte aperte la quale, secondo molti, è una delle cause principali dei fenomeni di degrado del contesto urbano rilevabili a Firenze; il fatto che sembrino voler cambiare strada può essere anche considerato meritorio, ma questo cambio di linea non è stato associato a nessuna analisi critica (e ancor meno autocritica) dell’operato precedente, bensì all’affermazione che, negli ultimi tempi, erano state ricevute “molte denunce” da parte di cittadini molestati dai lavavetri (il numero di oltre 600 è stato comunicato attraverso i mass-media solo alcuni giorni dopo l’emanazione dell’ordinanza e le prime polemiche). Inoltre l’intervento è stato comunicato sostanzialmente come un evento autoconsistente, più come espressione di una volontà generale (e generica) che come parte di un piano sistematico per l’aumento del controllo del territorio e la salvaguardia della legalità; dunque sono state fatte promesse, ma non un progetto coerente e articolato in fasi verificabili. Infine le incertezze e le approssimazioni nell’effettuare l’operazione, uscite nei giorni immediatamente successivi come rilievi, da parte degli organismi giudiziari coinvolti, su difetti di competenza giuridica e nell’identificazione dei reati, hanno evidenziato, da parte degli amministratori, non solo una scarsa conoscenza dei problemi sociologici e criminologici connessi al fenomeno, ma anche di quelli giuridici e legali.

Chi osserva la vicenda, dunque, non può fare a meno di recepire, oltre ai significati più evidenti ed enfatizzati dagli amministratori, anche alcune parti nascoste del messaggio: si cambia linea senza motivarla con un’analisi della situazione, la si appoggia solo a una spinta popolare contingente (sia pure legittima in se stessa), si interviene senza presentare un progetto preciso e con scarsa conoscenza dei fenomeni in atto e senza raccordo con le altre istituzioni. La conclusione non può che essere una: questo non è un intervento per il miglioramento dell’ordine pubblico bensì una campagna elettorale all’italiana.

E come campagna elettorale risulta chiaramente identificabile anche la recente insistenza sul tema della responsabilità individuale da parte della destra. Qui l’aspetto metodologico più rilevante è costituito da una ridondanza: sul piano penale e civile il principio della responsabilità individuale è sancito dai Codici, cioè è una norma in vigore, al cui rispetto tutti sono tenuti e che nessuno ha mai messo in discussione; ma allora è inevitabile chiedersi perché si assume l’atteggiamento della battaglia civile su una questione che, in termini giuridici, è già risolta a priori. Il dubbio, basandosi sull’impostazione generale data dalla destra ai propri programmi politici, è che si voglia giocare (e si può anche ammettere che la cosa non sia del tutto intenzionale) su un equivoco: forse il termine “responsabilità” è riferito non alle AZIONI (in quanto ciò è già sancito nei Codici) ma alle CONDIZIONI e alle posizioni sociali; in altri termini si potrebbe nascondere, dietro questa operazione, una propaganda di principi ideologici rifacentesi a una qualche forma di darwinismo sociale, per cui chi non ha i mezzi si troverebbe in quelle condizioni principalmente perché non è stato capace di guadagnarseli, quindi andrebbe sostenuto molto limitatamente. Di fatto potrebbe profilarsi un attacco allo stato sociale, un attacco che partirebbe dal tema della sicurezza solo per aprire la strada a politiche volte a mantenere le divisioni sociali, invece che a ridurle. Che gli approcci allo stato sociale vadano rivisti penso si possa considerare un fatto; che i problemi dell’inclusione e del sostegno al disagio sociale vadano messi da parte (o, magari, lasciati solo alla Chiesa cattolica) è un’altra questione. Bisognerebbe fare chiarezza.

Un approccio di questo tipo, esemplificato nei due casi appena esposti, è chiaramente manipolatorio, in quanto persegue (almeno stando all’evidenza delle comunicazioni) interessi specifici e di parte mentre viene presentato come se fosse nell’interesse di tutti; in questo modo non solo si aumenta ulteriormente la confusione del dibattito, ma se ne favorisce la regressione inquinando il rapporto tra mete ideali e necessità pratiche, obiettivi concreti. La mancanza di trasparenza nella comunicazione che viene dall’istanza politica, la sensazione che non ci si possa fidare di ciò che viene pubblicamente comunicato, che si debba sempre stare in guardia, anche di fronte ai dati numerici (quando vengono forniti), ha un effetto deleterio sia sul dibattito politico in generale che sull’atteggiamento degli italiani di fronte ai problemi politici. Infatti facilita l’assunzione di un atteggiamento passivo, con gli italiani che sviluppano crescente diffidenza, rabbia e frustrazione ma sono ridotti (e si riducono, forse in alcuni casi volentieri) a fare gli acquirenti del self-service.

Indicatore n. 3: paternalismo e deresponsabilizzazione

Le soluzioni preconfezionate, delle quali abbiamo parlato al punto precedente, hanno un’altra caratteristica essenziale a livello metodologico: sono specificamente ed esclusivamente riferite alle STRUTTURE della società, ai fattori esterni alla persona, all’esistenza di norme adeguate. Di fatto le persone (i cittadini) sono rappresentate come se fossero componenti di un meccanismo, per cui sarebbe sufficiente tirare una certa leva, o premere un dato pulsante, per ottenere da loro un comportamento virtuoso. Ora pare chiaro che le strutture e le norme dovrebbero essere coerenti con il contesto e ben disegnate, ma che tutto possa dipendere dalla loro pura esistenza è da dimostrare; dalle “grida” manzoniane ai tentativi di riforma della scuola alla normativa sulla patente a punti gli esempi si sprecano.

Salto le “grida” manzoniane come caso troppo noto; sui tentativi (in gran parte falliti) di riforma della scuola, invece, appare illuminante un’osservazione dell’ex-ministro dell’Istruzione Tullio De Mauro, espressa nel corso di una lunga “conversazione” con un giornalista[2]: dopo aver comparato l’ultimo (a quel tempo) tentativo italiano di riforma scolastica con il modello finlandese, De Mauro si addentrò in un esame dei fattori di contesto che rendevano funzionante la “soluzione finlandese” in Finlandia e che l’avrebbero resa impraticabile qui. La sua conclusione fu:

Si, posto che il ministro abbia in mente la Finlandia, è proprio la Finlandia che ci manca.

Tra l’esistenza di una norma e i suoi effetti concreti sembrano esserci di mezzo le culture, i comportamenti, le persone; questo appare tanto vero che, venendo alla normativa che ha introdotto, in Italia, la patente a punti, un riferimento di grande interesse è costituito da un’indagine del settimanale “l’Espresso”, realizzata nel giugno 2007[3] e volta a verificare le modalità attuative della legge. I risultati erano che “in 4.340 comuni italiani su 8.157 i vigili non hanno mai comunicato al Ministero dei Trasporti una sola decurtazione di punti della patente”; in particolare a Vibo Valentia la polizia municipale ha staccato verbali per 330.000 Euro ogni anno ma nessun automobilista ha mai perso un punto. Non abbiamo (e credo sarebbe ben difficile averne) informazioni sulle ragioni di questo comportamento; però non possiamo evitare di riflettere sui sistemi di monitoraggio del funzionamento delle istituzioni: per esempio quando i sindaci italiani, attraverso l’ANCI, chiedono al Governo e al Parlamento più poteri per intervenire sul territorio, e anche partendo dal presupposto che la richiesta possa essere giustificata, sarebbe bene chiedere loro le prove che già stanno usando al meglio i poteri che hanno. Qui le norme c’erano ed erano coerenti, perché nei tempi immediatamente successivi all’entrata in vigore il numero degli incidenti automobilistici subì un sensibile calo; qui il problema è costituito dai comportamenti di qualche italiano che, così facendo, ha contribuito al nuovo innalzamento del numero degli incidenti registrato dopo 3 anni.

Il quadro comincia a dimostrarsi complesso, del tutto diverso da quel congegno meccanico al quale fanno tipicamente riferimento i politici; e si può ulteriormente chiarire con i seguenti due episodietti, entrambi recenti e aventi come protagonisti GENTE COMUNE. Il primo si è verificato negli Stati Uniti, dove una giovane coppia di italiani andava a far visita a degli amici con un’auto noleggiata; arrivati nella città di destinazione avevano avuto qualche difficoltà a trovare la casa degli amici e si erano fermati a chiedere informazioni a una famiglia del luogo, sulla porta di casa. La loro destinazione era molto vicina e, una volta arrivati, hanno raccontato del loro viaggio, compresa l’ultima richiesta di informazioni; gli amici americani hanno commentato: “Ah, avete chiesto a loro? … Sapete, con loro non ci parla nessuno perché sono evasori fiscali”.

Il secondo è avvenuto in Germania, dove un piccolo gruppo di italiani, viaggiando in auto, è arrivato in un centro abitato e ha trovato un incrocio a raso, completamente aperto e con visibilità perfetta, deserto ma con il semaforo rosso. Loro si sono fermati, hanno guardato alcune volte e poi sono partiti senza aspettare il verde; sono stati aspramente redarguiti da una signora del luogo con la motivazione che, così facendo, insegnavano a suo figlio a non rispettare le regole. Conclusione: la necessità di avere buone norme non deresponsabilizza i cittadini di una democrazia, che sono sempre corresponsabili, con i loro comportamenti, dell’effettività delle norme e della qualità e funzionalità del sistema. Ma, allora, perché molti politici cavalcano la deresponsabilizzazione? La risposta non può che essere una: perché preferiscono un sistema paternalista a una democrazia pienamente funzionante.

Ma non fermiamoci qui, e andiamo a fondo su una delle obiezioni più in voga a questo principio: esisterebbero norme tali da COSTRINGERE (o quasi) gli italiani a rispettare le norme. Già di per sé la cosa sembra paradossale[4], ma vediamo un esempio tipico: l’obbligo di documentare, con fatture e prove dei movimenti bancari, i pagamenti per le ristrutturazioni della casa di abitazione al fine di poterli fiscalmente detrarre, costringe all’emersione una parte del lavoro nero in edilizia. Credo che questo sia effettivamente accaduto, ma credo anche che sia improponibile, come soluzione ai problemi italiani, l’idea di inventare una meta-norma per ogni possibile forma di evasione; è qualcosa che il giudice Borsellino, in una lezione tenuta in una scuola superiore dell’Emilia Romagna poco prima di essere ucciso, espresse con estrema chiarezza dicendo (cito a memoria”): “Non dovete credere che un popolo rispetti le leggi solo per paura delle sanzioni; se così fosse, ci vorrebbe un poliziotto per ogni cittadino, e poi si porrebbe il problema di chi controlla i poliziotti. Un popolo rispetta le norme perché, con un livello ampio di condivisione, trova vantaggioso rispettarle”. E il vantaggio a cui si riferiva non era, chiaramente, il puro vantaggio materiale, cosa che ci riporterebbe a un paradosso[5]; il punto è che, se le norme non vengono accolte nel sistema dei valori, se le regole in generale non sono un valore, la loro efficacia sarà sempre scarsa (ogni norma può essere aggirata, in qualche modo, in fase di applicazione).

L’atteggiamento paternalista, tipico dei politici italiani, non solo compromette il raggiungimento degli obiettivi dichiarati, ma rende più difficile lo sviluppo di atteggiamenti maturi, di posizioni “da adulti”, ostacola un approccio efficace ai problemi concreti, dissemina ignoranza e favorisce il clima della rissa, le divisioni; inoltre rinforza l’atteggiamento della sudditanza, verso il quale una parte importante degli italiani sembra propendere, e, infine, è una forma di disprezzo nei confronti di chi lotta ogni giorno con le inevitabili difficoltà della vita. E si può considerare certo che la gran parte degli italiani PERCEPISCE il DISPREZZO dei politici, anche al di là delle intenzioni di questi ultimi, sulla base del modo con il quale essi si rapportano a loro e impostano i problemi.

Indicatore n. 4: l’ideologismo e l’idealizzazione

Il confronto fra le parti avversarie avviene sulla base di posizioni di principio, di asserzioni di volontà, non sulla base di analisi razionali, di piani fondati e dichiarati, di concrete ipotesi di fattibilità; a pensarci appare stupefacente, eppure manca una base di dati condivisa, un insieme di indicatori statistici ed economici che siano accettati da entrambe le parti e che possano supportare un confronto aperto e comprensibile sulle divergenze. Un effetto di questo approccio è che i dati, quelli con i quali le persone dovrebbero aiutarsi a decidere, escono (quando escono) come numeri dati a caso o selezionati ad arte, dunque inaffidabili, inaccettabili, supporto alla confusione invece che alla chiarezza. Sulla pressione fiscale, per esempio, la divergenza delle posizioni tra destra e sinistra è attesa (altrimenti che avversari politici sarebbero), mentre mi continua a sembrare sorprendente che si insista a trascurare uno sforzo congiunto per rispondere in modo attendibile a domande quali: ma QUANTO pagano di tasse, nella realtà, gli italiani? Quanto pagano le DIVERSE CATEGORIE? E COME sono individuate queste categorie? Ancora: ma cosa succede nelle altre nazioni, almeno quelle europee, alle quali siamo inevitabilmente legati? E l’Italia su cosa è in linea, o in vantaggio, e su cosa deve recuperare rispetto alla gestione fiscale? E quanto pesano l’evasione e l’economia criminale sul tenere alti i livelli di imposizione? Perché solo su una rappresentazione attendibile della situazione attuale è possibile valutare le proposte politiche e prendere una posizione fondata; altrimenti si continuerà a scegliere su una base ideologica, viscerale (e viene il sospetto che forse è questo che si vuole, alla fine).

E credo sia necessaria una precisazione: su certi temi esistono margini di incertezza oggettivi; per esempio è noto che, rispetto alle domande che ho posto poco sopra, anche nell’ambito dell’economia come scienza ci sono difficoltà, dubbi e diverse interpretazioni; chiunque, per esempio, provi a cercare di stabilire quanti sono gli occupati e i disoccupati di una qualsiasi nazione arriva a risultati diversi (e possono essere anche molto diversi) a seconda dei metodi di calcolo e dei margini di interpretazione, che sempre ci sono anche sui dati numerici. Ma questo non è un buon motivo per evitare di sottoporre le diverse alternative a dei cittadini adulti, per sottrarre i dati di base a chi deve formarsi un’opinione per decidere, a chi ha diritto di capire dato che, poi, tocca a lui occuparsi dei propri interessi e cercare di salvaguardarli al meglio nella legalità. Dunque, anche tenendo conto di queste precisazioni, rimane il fatto che è strutturalmente impossibile confrontarsi seriamente, e mettere chi ascolta in condizione di farsi un’opinione fondata, se non ci si accorda su una base di dati fondamentali condivisa. E’ un po’ come per il sistema democratico e la legge elettorale: la libera espressione di opinioni e posizioni diverse è il fondamento della democrazia; tuttavia perché il sistema funzioni è necessario che almeno su una cosa tutti siano d’accordo, e cioè sul sistema democratico in se stesso. Analogamente la legge elettorale serve a garantire la libertà di esprimere posizioni differenti; tuttavia sulle regole fondamentali dell’espressione di queste diversità si deve essere tutti (o quasi) d’accordo.

Il disordine nel dibattito politico è, da un lato, un effetto del disordine che ancora persiste nella società italiana, nonostante i molti progressi fatti; dall’altro lato ne costituisce alimento. La confusione nella discussione e nelle rappresentazioni dell’esistente, un po’ dovuta a ignoranza e un po’ a intenzioni manipolatorie, allontana la chiarezza necessaria a consentire l’espressione fondata delle volontà, a far pienamente funzionare il sistema democratico. Un altro esempio di questo è come viene trattato il tema della SICUREZZA che, tipicamente, viene confusa con la RASSICURAZIONE; la sicurezza, infatti, è un effetto concreto che si ottiene con l’azione, mentre la rassicurazione è uno stato d’animo (un effetto relazionale, secondo certi modelli) sul quale si può intervenire efficacemente solo con la comunicazione; la distinzione è importante perché, poi, i comportamenti dei cittadini sono legati essenzialmente alla rassicurazione, non alla sicurezza. I mass media hanno cominciato a identificarlo (e certo era ora) parlando di “sicurezza percepita”; solo che continuano a ricondurre anche la percezione della sicurezza agli interventi concreti, cosa che non corrisponde affatto alle conoscenze più recenti sui processi sociali. A livello del dibattito politico si registrano, dunque, situazioni paradossali, con la destra che spinge molto sulla rassicurazione ma sembra poco interessata alla sicurezza sostanziale (non vengono prodotte analisi e studi approfonditi e attendibili, e non c’è un programma condiviso, parole dell’Onorevole Fini); d’altra parte la sinistra sembra lavorare di più sulla sostanza, anche se cerca di farlo evitando le semplificazioni e tenendo conto della complessità del sistema, e forse potrebbe risultare in grado di produrre più sicurezza sostanziale, ma non comunica efficacemente, quindi ottiene scarsi effetti sulla rassicurazione. Appare molto probabile che il paradosso sia legato, pur in un contesto di diversità degli approcci, a una forte convergenza culturale fra destra e sinistra: entrambe procedono come se gli effetti relazionali (che sono quelli ad avere maggiore impatto sui comportamenti) dovessero discendere automaticamente dagli interventi concreti; entrambe si concentrano sugli ipotetici meccanismi che regolerebbero il sistema e trascurano le persone.

Domanda: quale effetti può produrre l’evidente disinteresse (se non il disprezzo) per i fatti, per i dati? Non solo aumenta, anch’esso, la confusione, ma trasmette il messaggio che il rigore nel pensare, nel confrontarsi e nel comportarsi non sia importante; si rinforza l’idea che una nazione moderna può andare avanti anche solo sulla base i IDEE, invece che di analisi e piani, si stimolano i cittadini ad affidarsi, invece che a valutare e a scegliere. Di fatto si alimenta un atteggiamento di sudditanza, invece di sostenere la maturazione civile.

Alla ricerca di una spiegazione

La tesi qui sostenuta è che gli indicatori che abbiamo analizzato vengono percepiti, anche se in molti casi su un piano inconsapevole, dagli italiani, i quali reagiscono in un certo modo, rivelatore della cultura diffusa. Il che non scagiona gli italiani dalle loro responsabilità, perché le modalità del dibattito politico FACILITANO certi comportamenti, ma l’Italia non è una dittatura, le persone hanno autonomia decisionale; è difficile dare la colpa al governo per eventi come l’aver lasciato che si uccidessero o si azzittissero servitori dello Stato (per esempio Dalla Chiesa) e profeti (per quanto ostici, per esempio come Pasolini, o intransigenti, per esempio come Don Milani[6]) in un sostanziale silenzio, se non nell’indifferenza. “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”, scrisse una mano anonima sul luogo dell’uccisione del Generale Dalla Chiesa e di sua moglie, con evidente volontà di distinguersi da quella parte della società che mostra poco interesse al cambiamento delle cose. Quando furono cacciati Santoro e Biagi dalla TV di Stato non ci fu nessuna sollevazione, NEMMENO DELLA CATEGORIA la quale, evidentemente, non sentiva minacciata la propria libertà; questo l’ha notato un giornalista tedesco nell’ambito della ricostruzione fatta da Sabina Guzzanti. Indubbiamente ci saranno motivi e si potranno trovare spiegazioni ma, per tutto quanto stiamo dicendo dall’inizio, il nostro sistema nervoso non può fare a meno di formulare il pensiero che forse questo è accaduto perché i giornalisti italiani lavorano in un altro modo, un modo che non considera un valore la libertà professionale. Il punto non era la bravura professionale di Santoro e Biagi, ma il PRINCIPIO: la massa degli italiani ha ingoiato l’ennesima lesione di un principio.

Ma, a questo punto, come lo interpretiamo il quadro così delineato? A me sembra chiaro che, se il dibattito politico è generico, manipolatorio, paternalistico e ideologicizzato, d’altra parte molti italiani reagiscono con comportamenti che sono più coerenti con il ruolo di SUDDITI che con quello di cittadini di una democrazia moderna. Di fronte a un qualsiasi stimolo esterno le possibili reazioni consapevoli sono fondamentalmente tre: accettare, adattarsi, combattere; una parte importante degli italiani (da presumere maggioritaria, anche se non è facile da quantificare) sembra reagire automaticamente con l’adattamento, e questo è un comportamento da sudditi, in contraddizione con il fatto di vivere in una democrazia avanzata. Chissà se questo è intenzionale o frutto solo di ignoranza e di una storia ancora troppo recente come nazione unita; comunque sia, bisognerebbe avvertire questi cittadini italiani che Re Bomba, Franceschiello, Canapone e i Savoia non ci sono più, e che sarebbe ora si dessero da fare per assumersi le loro responsabilità.

Un aspetto non secondario mi sembra costituito dal fatto che il metodo che abbiamo evidenziato viene applicato in modo rigorosamente bipartisan: il dibattito è sviluppato allo stesso modo a destra come a sinistra. Mi ha colpito che De Gasperi e Rutelli abbiano fatto un’affermazione simile a valle di due tornate elettorali molto lontane nel tempo: “Gli italiani non hanno capito”, disse De Gasperi dopo la sconfitta alle elezioni della legge-truffa (1953); “Gli italiani non ci hanno capito”, disse Rutelli dopo la sconfitta del centro-sinistra alle elezioni del 2001. Due politici così lontani (non solo nel tempo) hanno commentato in modo completamente convergente due eventi analoghi, e sono accomunati in uno degli esempi più chiari di concezione paternalistica della democrazia che sia dato di registrare.

Quando si pensa alla situazione complessiva viene la tentazione di dare la colpa allo stile advertising che ormai sta dilagando in ogni ambito, per cui il dibattito si sviluppa a colpi di spot; oppure si è tentati di fare riferimento alla generica degenerazione del confronto politico; ma, qualunque sia la spiegazione che scegliamo, manca sempre qualcosa, cioè mancano gli italiani. E qui va sgombrato il campo da un dubbio: che il popolo, la gente, la massa, sia impotente e del tutto esente da responsabilità[7] non appare più sostenibile; per esempio Bettelheim ha dimostrato, sulla propria pelle, che anche nei lager c’erano margini di manovra (minimi, ma più di zero)[8], e l’Italia del terzo millennio è ben lontana dall’essere un lager, è una democrazia! Ci sono studi recenti che DIMOSTRANO come il comportamento a livello delle masse sia una componente importante di certi eventi storici; per esempio Jonah Goldhagen ha documentato[9] come i comportamenti della massa del popolo tedesco siano stati un fattore essenziale per la fattibilità dell’Olocausto da parte dei nazisti; e Catherine Merridale ha portato consistenti prove[10] del fatto che la vittoria dell’Armata Rossa sugli eserciti dell’Asse, nella Seconda guerra mondiale, fu dovuta alla scelta che, nella fase più critica della lotta sul fronte russo, e nonostante le catastrofiche inefficienze e le follie direzionali del regime staliniano, fece la massa dei semplici soldati.

La massa non può essere considerata “innocente” a priori, e non possiamo partire dal presupposto che gli italiani siano totalmente innocenti dello stato delle cose in Italia; questo non fa bene al Paese, non fa bene alla politica, non fa bene agli italiani. Nelle società complesse non esistono fenomeni interpretabili in modo univoco; se ci sono situazioni che svantaggiano una parte della popolazione, si può stare certi che ce n’è un’altra parte che se ne avvantaggia; dunque ci sono sicuramente strati importanti della popolazione che (per necessità o per comodità o per altri motivi) traggono vantaggio dallo stato attuale delle cose. E questo “partito della conservazione” è trasversale a tutto: ci sono persone fisiche e aziende, istituzioni e parti sociali. Trasversale non vuol dire totale: è trasversale anche il partito dello sviluppo; e forse le forze sono in equilibrio, potrebbe essere questo uno dei fattori che blocca la situazione.

Da una parte si può capire la resistenza, e questa ci può spiegare come mai è così difficile riformare il sistema-Italia; per esempio sviluppare l’efficienza della P.A. vuol dire anche tagliare privilegi, abitudini, posizione comode e, una volta avviato il processo, questo può voler dire anche una riduzione dei posti di lavoro, degli incarichi. Lo stesso vale per le aziende: organizzazioni che si sono stabilizzate sviluppando rapporti privilegiati con la P.A. (e non è nemmeno necessario arrivare alle ipotesi di corruzione, basta molto meno) sono comprensibilmente restie a muovere verso il mare aperto della competizione; in un contesto assolutamente non sospetto, che è quello degli Stati Uniti, Lawrence Lessig, Professore di Diritto a Stanford, ha affermato che, anche negli USA, “… la competizione fa bene alle aziende. Ma il paradosso è che le aziende la odiano”[11]. La fenomenologia del cambiamento implica che, anche di fronte a un cambiamento teoricamente vantaggioso, molte persone sentano che saranno costrette almeno a cambiare abitudini, modi di lavorare, e istintivamente resistano senza pensare alle conseguenze delle proprie scelte. I costi di questo sistema di cose stanno diventando insostenibili PER TUTTI, non solo per il partito del progresso; anche i conservatori (ce ne sono sia a destra che a sinistra) hanno figli, e il non pensare al futuro non è una soluzione per nessuno.




[1] Per un esempio e un primo inquadramento della questione si può vedere Maffei, 2006 e Maffei-Cavari-Ranieri, 2007.

[2] Tullio De Mauro, 2004.

[3] Descritta in un articolo di “City” del 15 giugno 2007.

[4] In termini di logica, se il problema è una scarsa sensibilità rispettare le regole, perché questo non dovrebbe ricadere anche sulle “regole che fanno rispettare altre regole”?

[5] Le norme non sono mai completamente “comode”, e in una società complessa convivono sempre interessi divergenti, per cui l’accettabilità delle norme non può essere legata esclusivamente all’abilità del legislatore di disegnarle in modo che non diano fastidio a nessuno. Però in un sistema che cura una ripartizione il più possibile equilibrata dei carichi (è questa una delle condizioni essenziali) risulta ampia la disponibilità ad accettare anche delle norme “scomode” in cambio del vantaggio generale che deriva dall’agire in un sistema di regole certe rispetto all’agire in un sistema basato sull’incertezza.

[6] Questo accostamento può sembrare strano, o addirittura irriverente, ma riguarda solo l’aspetto della profezia. Incidentalmente va notato che, nelle celebrazioni di Don Milani, si tende a dimenticare che le Esperienze pastorali, forse il suo più grande scritto, quel vero e proprio epitaffio sul mondo contadino, si chiude (le ultime due pagine) con una forte profezia, e quanto mai attuale; e questo ci fa anche ricordare quanto erano all’avanguardia (e quanto profetiche, ancora) le sue parole sulla rappresentazione della violenza presente nei mass-media, comprese le pubblicazioni in vendita nelle parrocchie.

[7] Il che non significa aderire all’ipotesi della “colpa collettiva”; la possibilità di parlare della responsabilità su un piano che riguarda la massa ma senza cadere nella trappola della colpa collettiva è stata chiarita in modo che possiamo considerare definitivo da Goldhagen nella prima parte del suo lavoro (Goldhagen, 1997) citato poco più avanti.

[8] Bettelheim, 1988.

[9] Goldhagen, 1997.

[10] Merridale, 2007.

[11] Intervista di Marco Magrini su Il Sole 24 Ore del 22-3-2003


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