Home · Articoli · Forum di discussione · Web Links 27 Ottobre 2021 14:32:52
Navigazione
Home
Articoli
Forum di discussione
Web Links
Contatti
Ricerca
Login
Nome Utente

Password



Dimenticata la password?
Richiedine una nuova qui.
(4) IL PILASTRO DELLA DEMOCRAZIA (Seconda parte)


IL PILASTRO DELLA DEMOCRAZIA

Riflessioni per un confronto con i critici sociali italiani e tutti i cittadini di buona volontà

(Seconda parte)

_____________________

 

[Vai alla prima parte]


5 * Sul ruolo del popolo italiano

La tesi del popolo italiano come popolo oppresso dal “Principe” sembra autorevolmente confermata da un passo famoso di Enrico Berlinguer, richiamato nel libro di Lodato e Scarpinato:

Anzitutto molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma molti di loro sono sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi, … o sperano di riceverne o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni … Il voto ai referendum non comporta favori … E’ un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel 1974 per il divorzio, sia, ancor di più, nel 1981 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un Paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto al progresso.[1]


E’ un pensiero condivisibile. E c’è di più, a mio modo di vedere: a me viene in mente qualcosa di precedente, e di ancora più difficile e più libero, cioè il referendum monarchia-repubblica del 1946 (al quale partecipò quasi il 90% degli aventi diritto) e il comportamento degli elettori alle elezioni del 1953, quelle della legge-truffa; in quest’ultimo caso, forse il più emblematico, accadde che

… per circa 54.000 voti il meccanismo previsto dalla legge non scattò … Rispetto alle elezioni del 1948 si constata una riduzione dei voti verso i partiti che avevano voluto e approvato la legge: la DC perse l'8,4%; i repubblicani arretrarono dello 0,86%, più di 200.000 voti; perdendo circa 34.000 voti il Partito Sardo d'Azione dimezzò il suo consenso, anche liberali e socialdemocratici dovettero registrare particolari perdite. Il Partito Comunista Italiano e il Partito Socialista Italiano aumentarono i consensi ottenendo 35 seggi in più; il Partito Nazionale Monarchico aumentò da 14 a 40 deputati e il Movimento Sociale Italiano aumentò da 6 a 28 deputati. Il 31 luglio dell'anno successivo la legge maggioritaria fu abrogata.[2]


Un bell’esempio di esercizio della democrazia, si potrebbe dire; questo è uno dei casi emblematici che evidenziano il potere del popolo in un sistema democratico e confermano con i fatti che le condizioni del contesto italiano erano molto cambiate rispetto al Rinascimento e che le strutture istituzionali della democrazia italiana erano efficienti. Dopo, però, il quadro sembra perdere queste caratteristiche nette e, a fronte di potenzialità democratiche piene, riprende il sopravvento il potere pre-moderno che usa la violenza come uno degli strumenti ordinari di gestione dello Stato. Certo che l’apparato di potere (il Principe) reagì all’alzata di ingegno del popolo trincerandosi e aggirando in vari modi la volontà popolare, ma è possibile stabilire davvero un rapporto causa-effetto tra questo e il comportamento degli italiani? Per esempio, proprio se prendiamo la storia dei referendum (che, bisogna dire, nel 1981 era da poco iniziata[3]), non troviamo comportamenti così univoci come evidenziava Berlinguer: dal fermo di polizia ai referendum sulle liberalizzazioni il comportamento degli elettori sembra effettivamente libero (anche in quanto è selettivo, cioè non appare monolitico, ma distingue con abbastanza chiarezza tra quesiti diversi) ma tutt’altro che interpretabile come orientato in senso “liberissimo e moderno”. Semmai è un voto ambiguo, teso a difendere anche contro la Chiesa cattolica certe libertà personali (divorzio, aborto) ma molto, molto meno sensibile sulle libertà civili e sulle liberalizzazioni. Alla fine sembra piuttosto confermata l’immagine eternamente doppia del popolo italiano, simultaneamente sporcaccione E bacchettone[4], e non quella di un popolo che aspirerebbe alla libertà piena ma ne viene sistematicamente deprivato dall’apparato del potere sostanziale.

Senza contare che si può opporre, al ragionamento di Berlinguer, anche un’obiezione logica fondamentale: se lo accettassimo fino in fondo arriveremmo a dover sostenere che la democrazia si afferma solo quando è sufficientemente indolore, a basso costo, “comoda”. Non mi sembra che la storia confermi questa impostazione. Dunque il quadro è più complesso; anche perché il potere sostanziale HA BISOGNO del popolo. Gli atteggiamenti antidemocratici di sostanza espressi dalle forze politiche di centro-destra, e le leggi anti-liberali che esse sfornano a getto continuo sono, non a caso, sistematicamente appoggiate sull’entità del consenso popolare a quest’area politica. E il consenso c’è. Non solo: anche in altri ambiti ci sono scelte che vengono appoggiate dichiaratamente sul consenso del popolo e, purtroppo, quasi in assenza di contraddittorio. Per esempio molti giornalisti, soprattutto televisivi, stimolati sulla bassa qualità dei programmi in generale e, in particolare, sul processo di omologazione al ribasso per motivi di audience, ricorrentemente si giustificano dicendo: “Ma la gente vuole questo”[5]. E’ una dichiarazione sconcertante, per due motivi: il primo è l’esplicita e dichiarata abdicazione al ruolo professionale, connessa al ragionamento implicito che un giornalista (sia pure televisivo) ha il compito di blandire il pubblico invece di recuperare fatti e cercare la verità; il secondo è la sostituzione della riflessione rigorosa con il luogo comune e l’approssimazione qualunquistica. Infatti che tale affermazione sia vera è tutto da dimostrare, in quanto con quella frase si confonde (con intenzione dolosa, direi) ciò che “la gente” (e anche questa espressione andrebbe chiarita, perché l’identificazione tra l’audience e la gente è arbitraria) apparentemente chiede con ciò di cui ha effettivamente bisogno.

D’altra parte non è che nel campo dell’attuale opposizione si sia da meno: poco tempo fa (fine agosto, ultimo sabato della Festa del PD a Firenze, ero presente) Manciulli (segretario regionale toscano del partito) e Veltroni hanno sostento, in successione, che “la gente” non è interessata ai temi della giustizia e che è sensibile solo sul piano delle questioni pratiche, concrete, quotidiane, quindi il PD deve concentrarsi su quelle. E’ un’altra affermazione sconcertante, di nuovo per due motivi: il primo è di sostanza, perché un’affermazione come questa in un Paese in cui l’intreccio tra criminalità organizzata e politica è a livelli altissimi, e nel quale la gente ha cominciato a farsi giustizia da sé, è inqualificabile; il secondo è di metodo, perché mentre si riconosce di avere bisogno del consenso popolare gli si prescrive quello che deve volere (perché il fatto che la popolazione non sia interessata alla giustizia è un’altra cosa che andrebbe dimostrata con i dati alla mano, prima di prenderla per buona). Ma alla fine si torna alla questione di partenza: le condizioni del popolo italiano oggi NON SONO COMPARABILI con quelle del Rinascimento o, se vogliamo mettere un confine più chiaro, con quelle di prima della Seconda guerra mondiale. Fino a prima di quella guerra si può discutere, si può arrivare, forse legittimamente, a conclusioni differenti; dopo non è più possibile, perché ci sono dei fatti che sono schiaccianti, che sono universalmente noti e che sono documentati al di là di ogni possibilità di smentita: stiamo parlando dei 50 milioni di morti (stima prudenziale) costati per sconfiggere i regimi totalitari, stiamo parlando della conoscenza piena e profonda dell’Olocausto come logica conseguenza di quei regimi, poi c’è la dotazione della Nazione-Italia di un apparato democratico perfettamente funzionante, e ancora ci sono esempi alternativi eclatanti, come quello del popolo tedesco che, partito da condizioni peggiori delle nostre, non soltanto è riuscito a diventare pienamente una democrazia moderna, ma anche a realizzare la riunificazione (mentre l’Italia, partita unita, sta realizzando una scissione di fatto).

C’è qualcosa che non quadra, e questo qualcosa ha a che fare proprio con il popolo italiano; perché se il potere usa il popolo come alibi per farsi gli affari suoi invece di fare quelli della collettività, vuol dire che il popolo CONTA, e si insinua il sospetto che sia proprio questo privilegio che mette a disagio il popolo italiano, che forse vorrebbe tenersi i vantaggi della democrazia senza doversi far carico degli svantaggi (per esempio della responsabilità che essa comporta per ciascun individuo). Qui sembra di essere di fronte non semplicemente a un potere monolitico e determinato che, in forza delle condizioni storiche favorevoli, opprime e manipola un popolo schiavizzato, bensì a una spirale perversa che ha due bracci che si alimentano a vicenda: il popolo si nasconde dietro la violenza del potere per giustificare la propria acquiescenza mentre il potere si nasconde dietro il consenso popolare, non importa con quale mezzo acquisito, per giustificare la propria violenza. E’ uno scaricabarile che fa parte fondante di quel particolare modo di funzionare dell’Italia del quale abbiamo parlato sopra; e non c’è dubbio che abbia funzionato, sia pure a costi esorbitanti da tanti punti di vista; non c’è dubbio che abbia tenuto il sistema, grazie al contributo fattivo del popolo italiano (questo è il punto!), in un suo stato di equilibrio per parecchio decenni, dopo la Seconda guerra mondiale. Ci sono segni che, in un mondo globalizzato, il sistema cominci a incepparsi; questo, sia detto per inciso, non deve alimentare irrealistiche speranze, perché non garantisce affatto che, inceppato il sistema “rinascimentale”, automaticamente si apra la strada al pieno sviluppo di una democrazia moderna; c’è un buon livello di rischio che invece l’Italia declini del tutto. Ma non mi soffermerò su quest’ultima considerazione perché si aprirebbe un discorso diverso, da trattare a parte, mentre è mia intenzione concludere sul tema del ruolo del popolo italiano negli eventi che lo riguardano.

Su questo punto, dunque, la mia tesi è che la situazione italiana attuale sia il risultato anche di SCELTE importanti fatte dal popolo italiano (fatto salvo quanto già ampiamente specificato rispetto alla questione della responsabilità), non solo una disgrazia legata all’ignoranza diffusa o l’effetto di un regime autoritario camuffato da democrazia liberale. E qui bisogna aprire una parentesi sulla questione del punto di vista da cui si osserva il problema; provo a sintetizzare prendendo come esempio il tema della deriva istituzionale che sembra oggi in atto in Italia:

· Se assumo il punto di vista dello STORICO è logico che concentri la mia attenzione sulle forze in campo e sui rapporti tra loro, badando a ricostruire correttamente gli eventi e a interpretarli per come si sono verificati. Per esempio: il rapporto fra i poteri dello Stato italiano, le sue origini, le sue basi, le sue contraddizioni e le condizioni attuali della lotta del potere esecutivo per dominare incontrastato.

· Se assumo il punto di vista del SOCIOLOGO è logico che privilegi l’analisi delle dinamiche sociali, per esempio ragionando in termini di categorie e strutture sociali, di come queste sono caratterizzate e di come funzionano nel contesto italiano, dei risultati che possono produrre e anche di come possono essere migliorate in prospettiva. Per esempio: le forze sociali ed economiche, la loro collocazione e le loro prospettive rispetto al conflitto di poteri in atto; oppure il rapporto fra questo conflitto e i movimenti dell’elettorato, la questione del consenso.

· Se assumo il punto di vista dello PSICOLOGO è naturale che mi concentri sui comportamenti e sui processi mentali individuali interrogandomi, per esempio, sui risvolti psicologici del vivere in un contesto caratterizzato dal conflitto istituzionale, dall’incertezza; oppure sui processi psicologici che portano all’espressione del consenso o del dissenso.

· Se assumo il punto di vista del NEUROFISIOLOGO è altrettanto naturale che vada a ricercare, pure in un quadro di questa complessità, quei fattori strutturali di base che, a livello di processi biochimici, sottostanno come costante ai comportamenti umani, allo stato psicologico delle persone e alle loro reazioni alle circostanze. Per esempio: la condizione di incertezza, e gli stati psichici ai quali è collegata, sono associabili anche a processi biochimici identificabili con sufficiente precisione? Oppure: c’è una biochimica della scelta?

· Se assumo il punto di vista dell’ANTROPOLOGO concentrerò la riflessione sugli aspetti culturali, collegando la situazione attuale, e le reazioni del corpo sociale, alle credenze, alle convinzioni, alla visione del mondo socialmente diffusa, eventualmente comparandola con quella presente in altre nazioni. Per esempio: il rapporto del popolo con il potere e con i potenti ieri e oggi, in Italia; oppure il confronto fra il rapporto del popolo con il potere, oggi, in Italia e in altre nazioni, sia avanzate che in via di sviluppo.

· Se assumo il punto di vista del POLITICO è inevitabile che mi rappresenti il tema (faccio per scelta l’ipotesi buona, di un politico onesto, non populista, non intenzionalmente manipolatore) in termini di bisogni della collettività da soddisfare, risorse disponibili, appartenenza a un dato partito, obiettivi (non c’è niente di male in sé) elettorali, scelte da esercitare per soddisfare il più possibile i bisogni senza perdere il consenso. Per esempio: qual è la soluzione concreta più adatta per la collettività? E come può essere perseguita, nel contesto specifico, con quali mezzi, con quali alleati?


E potremmo andare avanti, con altri punti di vista e altre rappresentazioni del problema, tutte legittime, e ciascuna di esse ipoteticamente capace di fornire una spiegazione soddisfacente al proprio livello; ma ciascuna, d’altra parte, incapace, da sola, di farci capire l’insieme, il sistema. Ma, allora, da che punto di vista ha più senso riflettere sul popolo italiano come entità collettiva? Sappiamo che la divisione del sapere in aree separate è un artificio (anche se indispensabile, altrimenti non potremmo capire il nostro mondo), e quindi ci servirebbe l’integrare contributi da tutte le discipline; ma per gli scopi di questo scritto si può fare una scelta più semplice, cioè quella di assumere il punto di vista del CITTADINO. E’ come cittadino che sono legittimato a parlare di scelte del popolo italiano perché proprio in questo ruolo le vedo e le vivo, sulla mia pelle, giorno dopo giorno. E’ vivendo giorno dopo giorno in questa Italia che mi accorgo, per esempio, che uno degli aspetti drammatici della situazione attuale è il diffuso disinteresse nei confronti di un conflitto istituzionale sul quale si gioca la forma della democrazia italiana, e con essa la natura dello Stato e la qualità delle istituzioni, del loro lavoro e dei loro risultati in termini di funzionalità, di controllo, di libertà dei cittadini. E’ su questa nuova contraddizione (la posta in gioco è alta e l’atteggiamento del popolo è essenziale, ma il popolo si disinteressa della questione), in sé coerente con quella gigantesca dalla quale è partito il discorso (l’illegalità è una dimostrata componente strutturale del sistema di governo italiano ma non succede niente), che mi sembra inaccettabile la conclusione che il popolo italiano è solo una informe massa passiva, nel suo insieme inconsapevole e ininfluente. E’ da qui che si sviluppa una nuova serie di riflessioni.


6 * Caratteristiche e ruolo storico del popolo italiano

Per esempio, sulla questione del rapporto degli italiani con la conoscenza, ciò che vedo come cittadino è che il problema vero non è l’ignoranza, ma l’ostentazione dell’ignoranza; si sa che l’Italia è, tra le nazioni avanzate, quella che ha, in rapporto alla popolazione, il più basso numero di collegamenti Internet ma il maggior numero di telefoni cellulari, e capita di continuo di incontrare, anche nella cerchia degli amici ristretti e con titoli di studio elevati, persone che si vantano della propria incapacità tecnologica. Non è l’ignoranza in se stessa, dunque, ma l’ignoranza come scelta che vedo e che mi colpisce; come si fa a considerare vittima una persona, che magari fa un lavoro importante in una posizione di rilievo (conosco medici, psicologi, dirigenti, funzionari, per non parlare dei politici, come ha esaurientemente stigmatizzato Beppe Grillo), che si vanta della propria totale ignoranza delle nuove tecnologie, del loro funzionamento, delle loro potenzialità? Dovremmo forse concludere che una persona va considerata vittima anche della propria cultura? E a partire da quale età? E su quali basi? E come la mettiamo con il fatto della responsabilità individuale dei comportamenti e degli atti di ciascuno?

Come cittadino vedo, analogamente, più che la deprivazione informativa (che pure c’è), la chiusura volontaria a un’informazione basata sui fatti; l’inglese Sunday Telegraph (che è un giornale di destra, a quanto mi dicono), il 10 agosto 2008, ha pubblicato un articolo sul crescere delle reazioni xenofobe in Italia e, in esso, il giornalista citava le dichiarazioni di alcuni cittadini romani, abitanti in zone periferiche (indicati con nome e cognome). Tra questi una signora ottantenne che ha affermato (virgolettato, nell’articolo): “Mussolini aveva il suo lato positivo. Le strade erano sicure, ai suoi tempi”. Come cittadino posso passare sopra all’opinione di una signora ottantenne, e non in quanto poco attendibile per senilità ma in quanto nata in un altro mondo, prima di quello spartiacque della Seconda guerra mondiale che ho proposto poco fa; posso anche astrattamente capire, riconducendolo a motivi di bottega (e sia pure senza nessuna possibile giustificazione), l’atteggiamento filofascista o borderline di tanti politici di centro-destra. Ma non posso passare sopra alle dichiarazioni di fede fascista fatte da calciatori giovani in servizio effettivo[6], nati ben a valle di quel confine e quindi con tutte le informazioni a disposizione. Scotomizzare 50 milioni di morti è una bella impresa, non c’è che dire; qui non siamo di fronte all’ignoranza in senso tecnico, siamo di fronte alla volontà precisa di evitare di sapere al fine di poter continuare comodamente a pensare come meglio ci aggrada, in totale indipendenza dalla realtà e dalle conseguenze di questo nostro pensare. Questo non è filofascismo, è anarchia intellettuale, è la pretesa di sentirsi legittimati a seguire qualsiasi cosa ci passa per la mente solo perché si dispone di una testa; questo è vivere in una democrazia con la riserva mentale di ritenersi in diritto di prescindere da qualunque dato di realtà, arrogandosi il privilegio di scegliere (e qui non ci sono dubbi sul fatto che sia una scelta) arbitrariamente a quali aspetti di un evento storico dare valore e a quali no. Dopo la valanga di informazioni messa a disposizione del pubblico su quel periodo storico, la distinzione fra la parte “cattiva” del fascismo (le leggi razziali) e quella presunta “buona” (non è ben chiaro quale, per la verità) non è sovversione, è un autoinganno, una truffa mentale ordita contro se stessi.

Come cittadino vedo continuamente esercitato dal popolo il folle baratto tra libertà e tutela, inesorabilmente destinato a risolversi in un inganno eppure SCELTO. Per esempio, poco dopo le elezioni del 2008, nel corso di una delle prime rivolte post-elettorali contro le discariche in Campania, una signora è stata immortalata da un telegiornale mentre urlava: “Ci devono tutelare … Se non ci tutelano per chi abbiamo votato? Per cosa abbiamo votato?”. La sistematica richiesta di una soluzione esterna, associata al rifiuto di responsabilizzarsi almeno al livello di una maggiore comprensione del problema (la richiesta di una soluzione e basta, di una specie di intervento miracoloso), è una mina piazzata nelle fondamenta della democrazia. E la totale chiusura rispetto a una visione dei problemi che minimamente superi il qui e ora e la propria sfera personale (presumibilmente con il connesso rifiuto delle responsabilità che comporterebbe) è emblematizzato da un’altra signora immortalata dalla televisione[7]: il territorio era quello del litorale domizio – agro aversano, lei coltivava fragole, con le piantine che si vedevano in secondo piano, in file ordinate e protette da lunghe cupole di plastica, ben allineate e dall’apparenza curata; il giornalista prima le chiede cosa coltiva e poi le mostra, proprio di fronte alle sue coltivazioni (a occhio cento-duecento metri di distanza), un viadotto, e le chiede se sa cosa c’è dall’altra parte del ponte; dall’altra parte del ponte (il servizio l’aveva mostrato subito prima) c’è una discarica, già sequestrata dalla Magistratura ma ancora utilizzata abusivamente, nella quale continuano a venire sversati rifiuti di ogni genere, molti dei quali anche altamente tossici. La reazione della signora non è di sgomento, né di imbarazzo, bensì di rabbia nei confronti del giornalista, al quale dichiara irosamente: “Io non mi sposto di qua; questa è terra mia e più di questo non mi sposto”. Immediatamente dopo il servizio passa una breve intervista a Bertolaso (allora Commissario ai rifiuti) che specifica di aver commissionato all’OMS uno studio i cui risultati dimostrano che la mortalità generale nella zona è superiore del 10% a quella delle zone vicine e che l’aumento del rischio (Bertolaso sottolinea del rischio, e non dei casi) di malformazioni congenite, “per esempio all’apparto uro-genitale”, è dell’80%.

E basta, come cittadini, guardarsi intorno per trovare conferme continue di questo che sempre meno mi appare un incidente, un caso o, anche, il puro frutto di un potere bieco (che pure c’è), e sempre più mi si rappresenta come una volontaria rinuncia, in cambio di ipotizzate (o solo sperate) tutele esterne, a molto di (a tutto?) ciò che rende funzionale e gradevole una democrazia. L’ulteriore paradosso è che la tutela, essendo strutturalmente impossibile, alla fine non arriva, o ne arriva solo la parvenza, ma “la gente” insiste ciecamente nel cercare l’impossibile e nel rifiutare una verifica fattuale, magari valorizzando le apparenze e autoilludendosi che le cose andranno per forza meglio. Così, in qualunque direzione si guardi, si possono registrare eventi dagli effetti apparentemente paradossali ma, in realtà, perversamente coerenti con questo imbroglio (o auto-imbroglio): per esempio la rinuncia all’efficienza e all’efficacia del sistema scolastico (e, per gli insegnanti, l’accettazione di paghe basse e del decadimento del ruolo sociale) in cambio di promozioni facili e di delega all’esterno delle responsabilità educative da una parte, e dell’assenza di verifiche sulle competenze e sui risultati (della sostanziale inamovibilità dal posto di lavoro anche di fronte a reati provati in tribunale) dall’altra, ha prodotto i risultati di ridurre al minimo la qualità dell’istruzione in Italia e di dequalificare la professione insegnante. Per di più, invece di pensare al grigio futuro di generazioni impreparate e di una categoria demoralizzata, ci si appassiona alle questioni secondarie (il ritorno dei grembiulini e il ripristino del voto in condotta e delle bocciature, nella riforma che sta preparando il nuovo governo), sorvolando anche sul fatto che gli interventi più pesanti (e regressivi) vengono concentrato sul segmento di scuola che aveva raggiunto i livelli qualitativi più alti, cioè la scuola elementare.

Altro esempio: la rinuncia all’efficienza della Pubblica Amministrazione in cambio della sostanziale assenza delle valutazioni sui risultati e della possibilità di evitare le responsabilità da un lato, e della possibilità di aggirare le norme dall’altro, ha mantenuto bassa la qualità dei servizi, innalzato i costi, squalificato il lavoro pubblico e intralciato le tutele fondamentali dell’uguaglianza e della libertà dei cittadini. Ancora: la rinuncia a un mercato pienamente funzionante sulla base di regole certe in cambio di tutela dal rischio della competizione da un lato, e di vantaggi politici dall’altro, ha reso asfittica tutta l’economia italiana, che si fa lustro delle sue poche punte di eccellenza (sempre le stesse, il famoso Made in Italy, e ormai anch’esse in affanno) ma, nella sua massa, non sa produrre che “cadreghe e golfini[8]”. L’ormai crescente (e inesorabile) difficoltà italiana a reggere la concorrenza internazionale non è una questione di risorse materiali, ma di risorse spirituali e intellettuali: non abbiamo ricerca avanzata nei settori di punta in dimensioni accettabili, le università sono diplomifici, la propensione al rischio della nostra classe imprenditoriale si ferma alle dichiarazioni di principio, i nostri giovani investono le loro energie più nell’adattarsi al sistema che nel cercare di capirlo e di piegarlo alle loro aspirazioni. E, sui giovani, non mi riferisco alle aspirazioni ideali, bensì a quelle concrete; voglio dire che i giovani in generale non si fanno carico, in proprio, nemmeno dei propri interessi; eppure il futuro è loro, non è mica nostro, delle generazioni mature. Questo popolo sembra incapace di immaginare il proprio futuro.

E’ certamente vero che il potere italiano (su questo i segni sono chiarissimi e incontrovertibilmente confermati dalle scelte sul bilancio dello Stato) non ha alcuna intenzione di sviluppare la qualità della scuola, né di rendere efficiente la Pubblica Amministrazione, né di far funzionare davvero Magistratura e forze dell’ordine; ma è altrettanto vero che il popolo gli tiene mano. Infatti il beneficiario ultimo di questo baratto è il potere, ma gli attori sono il popolo, perché al popolo appartengono gli insegnanti come le famiglie degli studenti, e al popolo appartengono gli impiegati pubblici come gli utenti della Pubblica Amministrazione, e al popolo appartengono gli imprenditori (almeno quelli piccoli e medi che sembrano essere il nerbo dell’economia italiana) e gli artigiani e i professionisti. E magari il popolo pensa anche di essere furbo, nel riuscire a farsi beffe di uno Stato che si ostina a VOLER vedere come altro da sé. Questa incapacità (questa non-volontà!) di valutare le ripercussioni sistemiche dell’inefficienza e dell’assenza di regole certe, dell’impunità e della sudditanza, ha lo stesso significato del segare il ramo sul quale si sta seduti, è un altro colossale autoinganno; non possiamo dire che non si sa, o che non si capisce, qui il punto sembra che non si vuol vedere il fatto (il fatto!) che questo sistema di cose sta ormai ricadendo sulla testa di chi lo ha sostenuto. Con l’unica differenza che il potere una via d’uscita la troverà, e il popolo pagherà il conto (anzi, lo sta già pagando).

E’ questo l’elemento che mi mancava, almeno a livello di chiara esplicitazione, nel grande affresco di Lodato e Scarpinato: il sistema di potere del Principe, nella loro ricostruzione, è chiarissimo, e il quadro ampiamente condivisibile; ma al fondo gli manca, secondo me, la fonte di energia. Qualunque sistema (anche un sistema immateriale, come una cultura) ha bisogno di una fonte di energia, e la fonte di energia del potere, in Italia, è, oggi (dopo il confine della Seconda guerra mondiale), il popolo italiano. E, parlando di sistemi, la metafora termodinamica ci aiuta a capire meglio: i sistemi chiusi (cioè impermeabili all’esterno) non durano perché sono degradati dall’inesorabile aumento dell’entropia; i sistemi aperti, invece, possono durare se alimentati da una fonte di energia esterna (l’esempio più classico è la vita sulla Terra, che si regge grazie all’energia del Sole). Fuor di metafora: questo potere si regge COMUNQUE sul popolo; l’idea che sottomettendosi si possano evitare le responsabilità, che sembra quella retrostante a molti dei comportamenti osservabili degli italiani, è destituita di fondamento.

Nessuno sceglie le condizioni in cui nasce, e solo molto parzialmente quelle in cui vive. Non c’è niente di male a nascere ricchi, come non c’è niente di male a nascere poveri; il giudizio su una vita si può dare su cosa uno ne ha fatto e tenendo conto delle condizioni dalle quali era partito, non su quali erano queste condizioni. Per i popoli non mi sembra molto diverso e, per il caso italiano, mi sembra che, dopo la Seconda guerra mondiale, le condizioni di partenza erano quelle di una democrazia perfettamente funzionante, nelle sue strutture e nei suoi processi; il punto è che cosa ne hanno fatto, gli italiani, della LORO democrazia (perché era proprio loro, a quel punto), perché hanno continuato a vivere come in un regno autoritario pur essendo stati calati un una democrazia moderna. Non se ne sono fatti carico, non si sono presi la responsabilità; o, meglio, hanno pensato di potersi non prendere la responsabilità, perché su questo vale un discorso analogo a quello delle condizioni di nascita: non sempre si può scegliere la responsabilità da assumere. Se mi propongono un incarico posso scegliere se accettarne la responsabilità o no, ma se mi trovo in determinate circostanze (presente a un sinistro, a un reato, a un evento socialmente rilevante) la responsabilità ce l’ho in forza delle circostanze, non per scelta mia (come testimone, per esempio, o come attore se posso intervenire). La responsabilità della democrazia italiana, sul piano della vita e della storia, è del popolo italiano, che gli piaccia o no, che lo voglia o no. E ci possiamo porre ancora un’altra domanda: ma qual è l’origine della peculiarità del caso italiano, dell’uso così improvvido di questo strumento, certo imperfetto e, a volte, anche scomodo, però essenziale e, oggi, senza alternative? Credo che una risposta ci sia; vale la pena di dedicarci ancora qualche riga.

Partiamo da uno spunto estero: la cronaca di fine settembre 2008 ha portato alla ribalta la crisi finanziaria originatasi negli Stati Uniti e ha evidenziato, in quella nazione, una serie di dinamiche radicalmente diverse da quelle alle quali siamo abituati nella nostra; per esempio il partito del Presidente che gli si ribella (sono stati i Repubblicani a contrastare in maggior numero e più decisamente le proposte di G. W. Bush), il Congresso che non si fa manipolare dall’urgenza e non approva l’intervento nei tempi richiesti, gli elettori che sono capaci di esercitare pressioni efficaci sui loro eletti, mandando messaggi chiari di non voler essere loro a pagare le responsabilità di altri e trovando ascolto (grazie anche alla scadenza elettorale vicina, ma questo non cambia la sostanza delle cose). Come è ben noto gli Stati Uniti non sono un Eden, e neanche un Eldorado né un’organizzazione benefica; inoltre non sono certo esenti da gravi errori (come quelli alla base della crisi alla quale stiamo facendo riferimento), spesso scaricati su altre aree del pianeta e anche con la violenza. Ma vedere, da qui, queste dinamiche in atto, fa un po’ invidia. In sostanza lì il popolo ha un peso perché il suo giudizio viene formulato con un buon grado di autonomia, perché “la gente”, sia pure entro certi limiti, usa la testa, cura i propri interessi e chiede conto dei risultati. La specificità della situazione italiana sta, più che nel suo essere pre-moderna (l’espressione di Scarpinato), nel suo essere PRIMITIVA, in termini di rapporto fra cittadini e potere, caratterizzata da una schiacciante subalternità; il paragone che mi viene in mente è quello con certi popoli primitivi i quali, nei primi contatti con i coloni bianchi, barattarono i propri tesori in cambio di specchietti e collanine senza valore. Con la differenza che il popolo italiano non ha le numerose scusanti che avevano quegli altri popoli.

Questa condizione primitiva ha un nome: è la cultura contadina. A tutti gli effetti, combinando segni di varia provenienza dei quali darò subito qualche campione, la conclusione alla quale si perviene è la seguente: l’Italia è un paese industrializzato le cui transazioni sociali, economiche e politiche sono dominate da mentalità di tipo RURALE e da comportamenti coerenti con esse. E ciò appare vero sia dal lato del potere che da quello del popolo: la violenza è uno strumento primitivo e se, da un lato, serve a tenere soggiogate masse di sudditi, dall’altro impedisce anche al potere di crescere. Ma questo (in termini evocativi: come vuole passare alla storia la classe dirigente italiana) è un problema dei potenti; a noi, qui, interessa un’altra questione: questa massa che si fa soggiogare da un sistema di potere primitivo, continua a farlo senza avere più giustificazioni valide sul piano della storia; non c’è più motivo perché sussista un tale sistema, se non nella testa della gente; è in questi termini che si può definire arretrato il popolo italiano. Ma cosa c’è nella testa della gente? Qui la scienza e il ragionamento rigoroso servono meno; “andatelo a chiedere ai poeti”, diceva Freud[9], e i poeti hanno parlato. Per esempio Tomasi di Lampedusa; ma la frase alla quale penso non è quella notissima (e un po’ abusata) del “cambiare tutto perché niente cambi”, ma un’altra. E’ ciò che il Principe Salina dice all’onesto funzionario piemontese che cerca di convincerlo a candidarsi alle elezioni per contrastare l’ascesa dei tipi come il Sedara ovvero, nella lettura di Lodato e Scarpinato, i precursori della “mafia alta”, la borghesia siciliana che, non avendo attraversato l’evoluzione culturale illuminista e l’esperienza rivoluzionaria (come accadde nella rivoluzione francese), ha sostituito i baroni nel potere usando gli stessi metodi (la violenza mafiosa, appunto). Il Principe Salina esprime rispetto e gratitudine per il funzionario, ma rifiuta e spiega, in termini ancora oggi pienamente validi: “Voi non ci potete cambiare, perché noi siamo già perfetti”.

Questa autoassoluzione a priori, questo vuoto pneumatico di senso critico (e soprattutto autocritico), questa antitesi dell’approccio scientifico, questo rifiuto di una visione dinamica e avanzata del mondo sono vivi ancora oggi, e sono i segni del conservatorismo volutamente ottuso, intenzionalmente sordo e cieco ancora così diffuso in Italia. Questi sono alcuni dei tratti essenziali della cultura contadina, che non esita a rifiutare i fatti per conservare la propria visione del mondo. E non ci sono solo i poeti[10], a fornire elementi, ma anche alcuni profeti, che gettano lampi di luce nell’apparente oscurità, e Scarpinato indica Pasolini e Sciascia, cosa che condivido in pieno; qui ne propongo un altro, forse più direttamente collegato alla mia tesi: Don Lorenzo Milani. Don Milani, oltre 50 anni fa, ha fustigato la Chiesa dell’epoca in difesa della dignità dei poveri, ma ha anche radiografato il mondo contadino con un mirabile esempio di ricerca sociologica applicata (Milani, 1957), e la mentalità che lui ha documentato è la stessa che continuiamo ad osservare intorno a noi e che, per esempio, garantisce il consenso al governo Berlusconi (come anche a certe amministrazioni di sinistra) al di là di ogni collegamento con gli eventi reali e con i fatti osservabili. La capacità della cultura contadina di chiudersi verso l’esterno ha dell’incredibile.

Tangentopoli è stato il banco di prova per questa cultura, e il fallimento è evidente; lì SI POTEVA, lì c’era un’opportunità storica perché, per almeno 2 anni, il potere costituito ha tremato, ha sbandato di fronte alle inchieste della Magistratura e alle manifestazioni popolari; l’impunità era caduta. Non è stata tanto la reazione del potere, che è arrivata troppo tardi perché possa essere valida come unica spiegazione[11], è stata piuttosto la mancanza di coraggio e di immaginazione del popolo. Il popolo (e certamente non tutto) faceva il tifo ma, appunto, lo faceva anche nel senso che non si considerava tra i giocatori, non si considerava attore ma spettatore; e alla fine, probabilmente anche per i motivi ipotizzati dal magistrato Gherardo Colombo e qui sintetizzati alla fine del paragrafo 1, l’opportunità si è richiusa. Quello è stato un passaggio decisivo, un punto di non ritorno, e c’è solo da sperare, per quanto la situazione non prometta bene, che non sia stato davvero l’ultima occasione. Ed appare un po’ patetico, oggi, rivedere in TV le magliette dei “tifosi” (appunto!) del pool di Milano, con la scritta “Milano ladrona / Di Pietro non perdona”[12]; come appare significativa la completa personalizzazione dell’evento: l’attore è solo Di Pietro, non è il popolo, e agisce in quanto è implacabile, non in quanto impersona la sete di giustizia del popolo stesso.

E non ci illudiamo che il problema posto dalla mentalità rurale sia solo del Sud dell’Italia: il popolo del Nord non appare molto diverso, e tra le diverse cose che ne fanno fede spicca il rozzo (e violento) linguaggio della Lega Nord, la quale ottiene consensi anche proprio per questo, e non a dispetto di questo; ma spiccano anche la scarsa propensione al rischio (v. Nota 8 di questa Seconda parte, ma anche la recente vicenda Alitalia la dice lunga), la visione ristretta di artigiani e imprenditori, l’insistere su produzioni tradizionali. Il velleitarismo, che si manifesta come misto di violenza verbale unita a sostanziale scarsità di competenze e debole capacità di curare i propri interessi veri e in prospettiva[13]; l’irrazionalità come rifiuto di aderire ai fatti e di valutare le cose in base ai risultati; il disprezzo per il lavoro intellettuale e la cultura; il conservatorismo totalmente acritico, fino alle tendenze reazionarie e restauratrici non verificate sulla realtà del contesto; l’illusione che basti tornare indietro, o chiudersi in casa propria, per superare anche le difficoltà di un mondo globalizzato; la paura di fondo unita alla tendenza a giocare solo sul sicuro; la visione ristretta insieme all’orizzonte limitato; tutte queste sono caratteristiche strutturali della cultura contadina e sono diffuse, sia pure manifestandosi in modi diversi, al Nord come al Sud, ancora oggi e anche se i mestieri sono cambiati. Tengo a precisare una cosa: il mio non è un discorso etico, perché parto dal realistico presupposto che tutto ciò che esiste ha un senso; credo che non sia un caso che (con l’eccezione, forse, della Grecia classica, ma erano condizioni sostanzialmente diverse) le democrazie di massa siano un prodotto recente sul teatro della storia, e quindi che le forme di governo precedenti fossero semplicemente il punto di equilibrio possibile per i sistemi sociali nelle condizioni dei loro tempi; la cultura contadina, dunque, non solo non va demonizzata, ma va detto che ha avuto un suo senso e ha tenuto in piedi i sistemi sociali della propria lunghissima epoca. Il punto è che, oggi, quella italiana si sta profilando come un’anomalia storica, nel senso che è il prolungamento artificioso, retto sul sopravvivere di una cultura obsoleta, di condizioni di potere primitive (o pre-moderne, se si preferisce); il punto è che al popolo italiano NON CONVIENE, sul piano pratico (e non etico), un sistema cosiffatto, ma che semplicemente si rifiuta di accorgersene, si rifiuta di cambiare.

Alla fine restano i fatti; in questo caso resta il fatto che questo atteggiamento di fondo, con così forti assonanze con le caratteristiche di un mondo rurale e con la cultura contadina, sembra essere il cemento comune della parte ”alta” e di quella “bassa” del popolo italiano, composto principalmente da signorotti d’altri tempi, da un lato, e da sudditi dall’altro. La conclusione la si può esprimere, parafrasando un po’ Cyrano, in più modi diversi: volendosi esprimere brutalmente, si può dire che con una massa di rozzi campagnoli non si va da nessuna parte, nel terzo millennio di un mondo globalizzato; più elegantemente (e più correttamente e “scientificamente”) si può affermare che esiste, oggi, una discrepanza tra la mentalità del popolo italiano (e, di conseguenza, i suoi comportamenti, in primis quelli civici e in particolare quelli elettorali) e le strutture della società in cui vive, per cui questa è al momento in forti difficoltà nell’affrontare le sfide che le circostanze del contesto planetario le impongono. Oppure, psicologisticamente, si potrebbe sostenere che la ricerca delle sicurezze psichiche si risolve, per la massa degli italiani, in un riferimento all’esterno[14] e nel rivolgersi al passato; o, ancora, in chiave sociologica si potrebbe affermare che il retaggio culturale degli italiani, riportando al conservatorismo acritico e al rifiuto immotivato della verifica di realtà, sta alla base di un sistema sociale contraddittorio, di democrazia incompiuta; e potremmo continuare. Ma, variando la forma, la sostanza rimane intatta: come nazione non siamo attrezzati culturalmente per un mondo moderno e questo fattore è uno di quelli decisivi nel mantenere l’Italia in una situazione di totale incertezza delle regole, di fragilità strutturale e di scarse capacità di superare le crisi e progredire almeno al passo degli altri Paesi avanzati.




[1] Enrico Berlinguer, intervista al quotidiano la Repubblica, condotta da Eugenio Scalfari nel luglio 1981 (citato in Lodato e Scarpinato, 2008, pag. 29).

[3] A parte il referendum monarchia-repubblica, c’erano state 3 tornate referendarie: 12/5/1974 sul divorzio; 11/6/1978 su fermo di polizia e finanziamento ai partiti; 17/5/1981 su aborto e altro (si veda all’URL http://it.wikipedia.org/wiki/Elenco_delle_consultazioni_referendarie ).

[4] Questa efficace sintesi non è mia ma non sono riuscito a ritrovare la fonte, per quanto essa sia certamente nei materiali che ho esaminato per questo scritto; mi scuso con l’autore.

[5] Tra gli ultimi che mi risultano ci sono Enrico Mentana (conduttore di Matrix, Canale 5) e Giorgio Mulè (Studio Aperto, Italia 1), che hanno reagito ad alcune osservazioni del garante delle telecomunicazioni, Corrado Calabrò, sui “processi in TV” (la Repubblica, 16/7/2008). Mentana (virgolettato nell’articolo): “Il trattamento dei casi giudiziari non è un’esclusiva dei tribunali … Cento puntate su Cogne? Alla fine decide sempre il pubblico”. Mulè (virgolettato nell’articolo): “… Se la gente guarda quei ‘processi’ in TV è perché di questi fatti si parla per strada, nei bar … Guai alla TV pedagogica, di cosa dovremmo occuparci, di Kant e Kierkegaard? Ma andiamo …”.

[6] L’ultimo che mi risulta è stato il trentunenne Christian Abbiati, del Milan, e anche lui ha avanzato i sottili distinguo tra le leggi razziali e il resto del fascismo e ha ribadito che a quei tempi la sicurezza c’era (la Repubblica, 29/9/2008).

[7] Report, puntata del 9/3/2008.

[8] L’espressione è tratta da un racconto fatto, nel corso di una trasmissione TV della quale non ho annotato i riferimenti (il ricordo la colloca più o meno nell’ultimo anno, forse nella parte finale del 2007), da Gianantonio Stella. Raccontava, dunque, Stella che uno scienziato di origini italiane, uno dei “cervelli in fuga” dall’Italia (credo addirittura un Premio Nobel), ormai trapiantato negli USA, aveva avuto voglia di tornare nelle sue terre di origine (se non ricordo male il trevigiano) per fare impresa con i suoi conterranei; l’idea era, più o meno, che lui poteva mettere idee innovative (settore tecnologie avanzate, se non ricordo male) e loro potevano mettere il capitale, visto che lo avevano. Dopo pochi mesi lo scienziato ha rifatto le valige e se ne è tornato in America commentando, appunto, che lì più che seggiole e golfini non si sarebbe mai riusciti a produrre.

[9] Nella formulazione originale l’oggetto di indagine era la psiche femminile; qui l’espressione viene ripresa estendendo anche ad ambiti diversi dalla psicologia il riconoscimento dell’esistenza di livelli di comprensione che oltrepassano le possibilità di analisi della scienza, e interpretando la parola “poeti” nel senso più ampio di “artisti” in generale (per esempio scrittori).

[10] Le rappresentazioni del mondo contadino sono molto numerose in letteratura; anche il cinema ha prodotto rappresentazioni potenti e angoscianti, tra le quali Giochi proibiti (Jeux interdits, René Clément, 1951), nella sua descrizione dello sfondo di mondo contadino nel quale si snoda la vicenda psicologica della piccola orfana di guerra; ma anche, nel disegno quasi da epopea, I sette samurai (Akira Kurosawa, 1954), che ritrae in modo emblematico (quasi didascalico, in certi passaggi) i caratteri salienti della mentalità contadina, evidentemente trasversale ai tempi e ai luoghi (per scrupolo, anche se si tratta di opera che dovrebbe essere molto nota, specifico che I sette samurai è ambientato nel Giappone del Cinquecento).

[11] Il discorso di D’Alema che avanzò una delle prime ipotesi volte a frenare la magistratura è del 1995, mentre l’inchiesta Mani Pulite parte nei primi mesi del 1992.

[12] Blu Notte – Misteri italiani, RAI 3, trasmissione di domenica 7 settembre 2008. Nella stessa trasmissione venivano mostrati, con filmati dell’epoca, altri esempi di “tifo popolare” per il pool Mani Pulite: le frasi “Grazie Di Pietro” e “Di Pietro facci sognare” scritte con lo spray dietro i cartelli stradali; automobilisti che dichiaravano, in un’intervista volante effettuata durante una sosta al semaforo: “Vai, Di Pietro!” e “Di Pietro sei tutti noi”.

[13] In occasione di una tornata elettorale verso la fine degli Anni ’90, Il Sole 24 Ore intitolò così un pezzo pubblicato subito a valle dei risultati elettorali, che registravano una scarsa presenza, sia tra i candidati che tra gli eletti, di rappresentanti del cosiddetto motore dell’economia italiana: Il Nord-Est, gigante economico e nano politico (non ho conservato il ritaglio nel mio archivio, non dispongo di indicazioni bibliografiche più precise anche se il ricordo è rimasto impresso con molta nettezza).

[14] In termini più tecnici: il locus of control è tipicamente esterno, invece che interno.


Home di Roberto Maffei roberto@robertomaffei.it